Una città con la memoria corta

di Mario Pugliese

Il poeta Leo Maltoni

«Mi raccomando, quando non ci sarò più ricordami come si deve». Che la morte sia un punto o una virgola, ho un debito morale nei confronti di Leo Maltoni, anche se in cuor mio speravo che, dopo la sua scomparsa (il 22 novembre del 2016), qualcuno ci pensasse prima di me. E invece, a sei mesi dall’addio – accartocciati i messaggi di cordoglio – ancora nessuno ha trovato il modo di rendergli omaggio. Una lapide, una strada, un concorso di poesia dialettale, un qualcosa che lo sottragga al purgatorio terreno dell’oblìo.

In compenso, tutta la politica locale – in questo ultimo anno – si è scorticata le meningi per chiedersi come rendere omaggio a Dario Fo (nato a Sangiano nel Varesotto) e a Franca Rame (nata a Parebiago, in provincia di Milano). Entrambi sono morti nel Milanese, come è naturale che sia. Perché – se la vita fa l’analisi e la morte si incarica della sintesi – lì c’erano le loro origini, i loro princìpi seminali, i loro affetti, l’inizio e la fine delle loro biografie.

Certo, celebrare un Premio Nobel ha il suo tornaconto, perché ti garantisce le sei colonne sui giornali nazionali e la riconoscenza retorica degli intellettuali da salotto. Ma per quanto degni del massimo rispetto, Dario Fo e Franca Rame, piaccia o no, erano pur sempre due artisti in esilio che con l’iconografia di Cesenatico centravano ben poco.

Leo, invece, era un «ziznatigot» autentico, più grezzo e selvatico, con la «esse» s(c)ibilante e il profumo del ragù addosso, un intellettuale amabilmente bifolco; ma era uno di noi.

Non metto in dubbio il sincero vincolo affettivo che legava Dario Fo a Cesenatico, ma la sua santificazione, come spesso accade con le celebrazioni postume dei grandi artisti, mi pare soprattutto una ben ponderata operazione di marketing culturale: gli intitoliamo il teatro comunale così – per riconoscenza – fior fior di artisti verranno a Cesenatico per celebrarlo.

Tutto giusto e tutto legittimo, ma qui si parla di un’altra cosa. Perché la mostra «Darwin» avrà anche avuto il suo perché, ma chiunque sia nato a Cesenatico non potrà mai scrollarsi di dosso i versi limacciosi di «Al puràzi» che – anche se non parlate il dialetto (come me) – resterà nei secoli dei secoli un inno poetico all’identità di questa terra. E lo stesso si può dire dei racconti bucolici sui Valloni, degli affreschi sul canale e dei viaggi pindarici in Camargue. Testimonianze che respirano, grumi di parole che diventeranno – se già non lo sono – la memoria storica di questa comunità.

Per altro, al di là delle ragioni puramente affettive e campanilistiche, Leo aveva tutte le credenziali per essere tramandato ai posteri: aveva vinto diversi premi letterari di prestigio e, come cronista, aveva raccontato per tanti anni la Cesenatico più bella, quella dei primi «tugnini», di Lalla e Palooza, di Walter Chiari a «la Nuit» e di quei contadini «ignurantaz» che, un bel giorno, trasformarono l’ospitalità in turismo.

Ora, sono certo che una parte consistente di questa città ricordi Leo con affetto e riconoscenza, ma provare gratitudine e non esprimerla è come incartare un regalo e non darlo. Per questo, interpretando il desiderio di tanti, lancio un appello: celebrate pure le ceneri di Dario Fo e Franca Rame ma, se non volete tradire le vostre origini, tenete acceso il ricordo del professor Maltoni.

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