Il melone che terrorizzava il Rinascimento (e la sua fedina penale con tre cadaveri eccellenti)
C’è chi ha paura dei ragni, chi degli spazi chiusi, e poi c’era l’intera classe dirigente del Rinascimento, terrorizzata da un frutto che oggi tagliamo distrattamente per farci l’antipasto. Non stiamo scherzando: proprio nella notte tra il 25 e il 26 luglio di 555 anni fa, papa Paolo II moriva a 54 anni, in perfetta salute fino a poche ore prima, con un’unica aggravante sul referto: si era concesso due meloni di troppo. Il sospetto veleno, scartato. La causa ufficiale: il frutto. Sì, proprio quello che oggi si affetta con noncuranza sotto l’ombrellone.
Un frutto, quattro umori e una reputazione da serial killer
La colpa, come spesso accade, è della scienza dell’epoca. La medicina galenica reggeva la sanità europea da secoli e si basava su un’idea tanto elegante quanto oggi improponibile: il corpo umano funziona bene solo se i suoi quattro umori (caldo, freddo, secco, umido) restano in equilibrio. Il melone, giudicato colpevole di essere freddissimo e fradicio d’acqua, veniva trattato dai medici di corte più o meno come si tratterebbe oggi una sostanza radioattiva: da maneggiare con estrema cautela, possibilmente da tenere alla larga dai piatti dei potenti.
Risultato: il frutto più rinfrescante dell’estate finì con la reputazione del sicario prezzemolino, capace di colpire chiunque abbassasse la guardia a tavola.
La lista nera del melone
A scorrere le cronache dell’epoca, il curriculum del frutto assassino è a dir poco impressionante:
- Paolo II, spirato nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1471 dopo un eccesso di melone
- Federico III d’Asburgo, morto nel 1493 per una setticemia attribuita a una fetta del frutto incriminato
- Clemente VII, deceduto nel 1534 con la stessa identica diagnosi
Due papi e un imperatore, tutti “giustiziati” dallo stesso frutto estivo: se il melone avesse avuto un avvocato, oggi parleremmo del processo del secolo.
Come si placa un frutto assassino? Con il prosciutto, ovviamente
Di fronte a un simile serial killer da tavola, l’unica soluzione era la controffensiva: se il melone era freddo e umido, bastava affiancargli qualcosa di caldo e secco per neutralizzarlo. Nasce così, come vera e propria contromisura medica (galenica) e non certo come vezzo gastronomico, l’abbinamento con il prosciutto stagionato: un antidoto commestibile servito direttamente nel piatto.
L’accoppiata, già di moda nei banchetti rinascimentali, ottenne la benedizione definitiva nel 1891 grazie a Pellegrino Artusi, che la fece entrare di diritto nel suo ricettario e la trasformò da terapia d’emergenza a classico intramontabile, oggi immancabile su qualunque tavola romagnola. Della sua fama di killer seriale, per fortuna, oggi non resta più nulla: solo il gusto di un abbinamento che ha superato indenne più di cinquecento anni di calunnie.

