Intervista all’Ing. Alessandro Lombardini – Fondatore di Beach Design
Demolizione e ricostruzione, lastrici solari e nuove prospettive per gli stabilimenti balneari di Cesenatico
Il futuro degli stabilimenti balneari passa anche dalla capacità di ripensare ciò che già esiste.
In una fase nella quale il sistema delle concessioni demaniali è interessato da profonde trasformazioni, anche il progetto architettonico assume un ruolo sempre più importante. Non soltanto come strumento per migliorare l’immagine di uno stabilimento, ma come possibilità concreta di riorganizzare spazi, servizi e modalità di utilizzo della spiaggia.
A Cesenatico, il quadro urbanistico introduce interessanti opportunità legate alla rigenerazione dell’arenile, alla qualità architettonica e ambientale e, in determinate condizioni, agli interventi di demolizione e ricostruzione, con possibilità di valorizzare anche la presenza del lastrico solare attraverso strutture leggere.
Abbiamo incontrato l’Ing. Alessandro Lombardini, fondatore di Beach Design e professionista con una lunga esperienza nella progettazione di stabilimenti balneari e nella predisposizione di offerte tecniche per le procedure di affidamento delle concessioni demaniali, per capire come queste opportunità possano tradursi concretamente in nuove idee progettuali.
Ing. Lombardini, partiamo da una considerazione generale. Oggi cosa significa progettare uno stabilimento balneare nell’ambito di una concessione demaniale?
Significa innanzitutto comprendere che non stiamo progettando semplicemente un edificio sulla spiaggia.
Uno stabilimento balneare è un sistema complesso nel quale architettura, paesaggio, servizi, gestione e rapporto con il mare devono convivere.
Quando lavoriamo su una concessione, quindi, non partiamo soltanto dalla domanda “come vogliamo che sia lo stabilimento?”, ma cerchiamo di capire come dovrà funzionare, come verrà vissuto e come potrà evolvere nel tempo.
Questo diventa ancora più importante quando il progetto deve inserirsi all’interno di una procedura di evidenza pubblica, perché la proposta deve confrontarsi con obiettivi e criteri di valutazione precisi.
Il nostro compito è trasformare questi obiettivi in un progetto coerente.
Quanto è cambiato, negli ultimi anni, il rapporto tra bando e progetto architettonico?
È cambiato molto. In passato si poteva pensare al bando prevalentemente come a una procedura amministrativa e al progetto come a qualcosa di successivo. Oggi questa distinzione è sempre meno efficace.
Nei bandi per le concessioni vengono valutati aspetti che hanno una diretta ricaduta sul progetto: qualità dei manufatti, materiali, sostenibilità, accessibilità, servizi, sicurezza, capacità di diversificare l’offerta e modalità di gestione.
Questo significa che la strategia di gara deve essere costruita insieme all’architettura.
Una scelta progettuale può rispondere contemporaneamente a più esigenze e generare un valore molto maggiore rispetto alla semplice somma dei singoli interventi.
Cesenatico sta attraversando una fase interessante di trasformazione della disciplina dell’arenile. Quale opportunità vede maggiormente dal punto di vista progettuale?
La possibilità più interessante, a mio avviso, è quella di poter affrontare alcuni stabilimenti attraverso una vera logica di rigenerazione, e non semplicemente di manutenzione o sostituzione di singoli elementi.
La differenza è sostanziale. Manutenere significa intervenire su ciò che esiste. Rigenerare significa invece chiedersi se l’organizzazione attuale dello stabilimento sia ancora quella più efficace e, eventualmente, ripensarla nel suo insieme.
La possibilità di demolire e ricostruire, quando prevista e compatibile con le condizioni specifiche dell’intervento, può quindi diventare un’occasione per ripartire dalla struttura complessiva dello stabilimento: distribuzione, percorsi, servizi, rapporto con il mare, accessibilità e modalità di utilizzo.
Non significa necessariamente costruire di più. Significa progettare meglio ciò che deve rimanere.
Perché la demolizione e ricostruzione può essere così importante?
Perché consente di superare alcuni limiti che spesso derivano dalla stratificazione degli interventi effettuati nel corso degli anni.
Molti stabilimenti sono il risultato di aggiunte successive: un volume costruito in un momento, una copertura aggiunta successivamente, un servizio ricavato in uno spazio esistente, un percorso modificato nel tempo.
Questa stratificazione può rendere difficile ottenere una vera qualità complessiva.
Quando le condizioni normative lo consentono, la demolizione e ricostruzione permette invece di ragionare sullo stabilimento come un unico progetto, nel quale le diverse funzioni vengono ricomposte secondo una logica contemporanea.
È una possibilità che va utilizzata con grande attenzione, perché demolire non è di per sé un valore. Il valore sta nella qualità di ciò che viene ricostruito.
Tra le opportunità che stanno attirando maggiore attenzione c’è quella relativa ai lastrici solari. Come interpreta questa possibilità?
È un tema molto interessante perché introduce una nuova dimensione nello stabilimento balneare.
Normalmente siamo abituati a pensare alla spiaggia secondo una logica prevalentemente orizzontale: il piano dell’arenile, le strutture, gli ombrelloni, il mare.
Un lastrico solare permette invece di aggiungere una seconda quota di relazione con il paesaggio. Ma la cosa importante è non considerarlo semplicemente come una superficie aggiuntiva da occupare. Il lastrico può diventare una vera parte del progetto.
Può ospitare uno spazio per il relax, una lounge, una zona dedicata alla ristorazione, un’area panoramica o uno spazio flessibile destinato a differenti attività.
La possibilità è interessante proprio perché può modificare il modo in cui viene percepito e utilizzato lo stabilimento.
Quindi potremmo parlare di una vera e propria “seconda quota” dello stabilimento?
Assolutamente sì. E credo che questo sia il modo più interessante di interpretarla. La quota superiore non deve essere vista semplicemente come un piano in più.
Può diventare un nuovo punto di osservazione sul paesaggio, un luogo nel quale il rapporto con il mare viene percepito in maniera completamente diversa.
Da una terrazza si guarda la spiaggia dall’alto, si osserva l’orizzonte, cambia la percezione del vento, della luce e del tramonto.
Anche dal punto di vista dell’esperienza, quindi, si crea qualcosa di nuovo.
Ma proprio per questo è necessario progettare questa quota con attenzione, evitando che diventi semplicemente un ulteriore spazio costruito.
E per uno stabilimento che dispone già di un lastrico solare?
In quel caso la riflessione diventa ancora più interessante.
Prima di pensare a costruire qualcosa di nuovo, bisognerebbe chiedersi come valorizzare una risorsa già presente.
Un lastrico esistente può essere sottoutilizzato, oppure utilizzato soltanto in alcune occasioni. Attraverso un progetto adeguato può invece diventare uno degli spazi più caratterizzanti dello stabilimento.
Naturalmente bisogna verificare caso per caso condizioni strutturali, normative, accessibilità, sicurezza e compatibilità dell’intervento.
Ma il principio è quello di valorizzare il patrimonio esistente prima ancora di pensare a nuove trasformazioni.
Il rischio non è però quello di trasformare ogni lastrico in una superficie commerciale?
Sì, ed è proprio questo il punto sul quale occorre maggiore attenzione.
Una possibilità normativa non dovrebbe mai essere interpretata semplicemente come “più superficie da utilizzare”.
La domanda dovrebbe essere un’altra:
“Quale nuova qualità posso creare attraverso questa superficie?”
Se il risultato è soltanto aggiungere tavoli, sedute o strutture, rischiamo di perdere il significato architettonico dell’opportunità.
Se invece la nuova quota permette di creare un luogo riconoscibile, migliorare l’offerta, aumentare il rapporto con il paesaggio, creare nuove modalità di utilizzo e lavorare anche sulla destagionalizzazione, allora può diventare realmente strategica.
Il lastrico solare può quindi contribuire anche a cambiare il modello gestionale dello stabilimento?
Certamente. Ed è forse uno degli aspetti più interessanti. Un nuovo spazio può permettere di ampliare il periodo e gli orari di utilizzo dello stabilimento.
Pensiamo alla differenza tra una terrazza utilizzata esclusivamente durante il giorno e uno spazio progettato per vivere anche il tramonto e la sera.
Oppure a un’area che durante il giorno funziona come lounge e che può essere riconfigurata per una diversa attività. In questo senso, architettura e gestione si influenzano reciprocamente.
La progettazione deve prevedere la flessibilità, ma la gestione deve essere in grado di sfruttarla.
Quanto conta il rapporto tra una nuova terrazza e il paesaggio?
È fondamentale. Uno stabilimento balneare si trova in un contesto nel quale il paesaggio è già estremamente forte. Abbiamo il mare, l’orizzonte, la spiaggia, il cielo.
L’architettura non deve necessariamente competere con questi elementi. Deve costruire un rapporto con essi. Una terrazza può valorizzare una visuale oppure diventare un elemento troppo invasivo. Una copertura può creare una nuova esperienza oppure aumentare la percezione del volume costruito.
La differenza sta nella progettazione.
Più altezza non significa necessariamente maggiore impatto.
Se proporzioni, materiali, trasparenze, arretramenti e strutture leggere vengono studiati correttamente, una nuova quota può essere integrata nel paesaggio in maniera molto più equilibrata di quanto si potrebbe immaginare.
Quali caratteristiche dovrebbe avere una struttura realizzata su un lastrico solare in un ambiente balneare?
Prima di tutto dovrebbe essere leggera. Poi flessibile, facilmente manutenibile e coerente con il contesto. Il clima marino impone attenzione ai materiali, al vento, all’esposizione solare e alla durabilità. Dal punto di vista architettonico, invece, lavorerei molto sulla permeabilità.
Una struttura sulla sommità di uno stabilimento non dovrebbe diventare un volume chiuso e pesante. Pergole, coperture tessili, elementi ombreggianti e sistemi capaci di mantenere la ventilazione possono creare un’architettura più adatta al carattere della spiaggia.
Il progetto deve lasciare spazio al mare, al vento e alla luce.
In che modo queste opportunità possono dialogare con i bandi di evidenza pubblica?
Molto. Nei bandi contemporanei non si valuta soltanto ciò che viene costruito, ma la qualità complessiva della proposta. La possibilità di creare nuovi spazi può quindi essere interessante quando contribuisce a migliorare l’offerta, i servizi, l’accessibilità, la sostenibilità e la fruizione dello stabilimento.
Ma ancora una volta il punto non è “fare di più”. È dimostrare perché quella scelta migliora la concessione.
Una terrazza, per esempio, può avere un valore molto diverso se viene semplicemente aggiunta oppure se diventa parte di un progetto più ampio di destagionalizzazione, ampliamento dei servizi e valorizzazione paesaggistica.
C’è quindi una differenza tra riqualificare e rigenerare uno stabilimento?
Sì, e credo che sia una distinzione fondamentale.
Riqualificare significa migliorare ciò che abbiamo.
Rigenerare significa ripensare come quel luogo può funzionare.
Una nuova pavimentazione, una nuova copertura o un nuovo arredo possono migliorare uno stabilimento. Ma quando iniziamo a ripensare i percorsi, le funzioni, i servizi, le relazioni con il mare, le modalità di utilizzo durante la giornata e la possibilità di vivere lo spazio anche fuori stagione, allora stiamo parlando di rigenerazione.
È un cambio di prospettiva.
Se dovesse indicare tre parole chiave per il futuro degli stabilimenti balneari di Cesenatico, quali sceglierebbe?
Qualità, flessibilità e integrazione.
Qualità, perché il patrimonio degli stabilimenti balneari deve essere valorizzato attraverso un’architettura capace di durare nel tempo.
Flessibilità, perché le esigenze degli utenti e i modelli di gestione stanno cambiando rapidamente.
Integrazione, perché lo stabilimento non può più essere considerato come un elemento isolato: deve dialogare con la spiaggia, con il mare, con la città e con il territorio.
E aggiungerei una quarta parola: visione. Perché le trasformazioni che stiamo affrontando oggi avranno conseguenze per molti anni.ù
Quindi, se domani avesse davanti il titolare di uno stabilimento di Cesenatico con un edificio esistente e un lastrico solare, quale sarebbe la prima domanda che gli farebbe?
Non gli chiederei innanzitutto cosa vuole costruire. Gli chiederei:
“Come vorresti che il tuo stabilimento fosse vissuto tra dieci anni?”
Da quella risposta partirebbe tutto il resto. Perché il progetto non dovrebbe mai essere la risposta a una semplice esigenza di superficie. Dovrebbe essere la risposta a un modo diverso di vivere il luogo.
Una nuova stagione per il progetto degli stabilimenti
Le trasformazioni normative e le nuove procedure per l’affidamento delle concessioni stanno aprendo una fase nella quale molti stabilimenti saranno chiamati a confrontarsi con il proprio futuro.
Per Beach Design questa può diventare un’occasione importante. Non soltanto per rinnovare strutture ormai superate, ma per ripensare il modo in cui la spiaggia viene vissuta. La demolizione e ricostruzione, quando prevista, può diventare uno strumento di rigenerazione. Il lastrico solare può trasformarsi in una nuova quota di relazione con il mare.
Le strutture leggere possono creare nuovi spazi senza appesantire il paesaggio. I servizi possono estendere la vita dello stabilimento oltre la semplice balneazione. E il progetto può finalmente diventare il punto d’incontro tra architettura, gestione e territorio. Perché la vera opportunità non è avere una superficie in più.
È avere una quota in più da progettare.
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