Questa rubrica è un’opera di fantasia e ironia. “Quella del terzo” ascolta, distorce e racconta: nomi, fatti e facce sono inventati o stravolti. Quel che segue è finzione con cattiveria buona: si scherza, si spara alto e non si fa sul serio. Se ti riconosci, è un caso. Se ti offendi, hai letto troppo sul serio. Chi cerca cronaca è al piano sbagliato.

Quella del terzo… sopravvissuta alla giornata, non ai vocali

Sono arrivata al terzo piano. Sei rampe di scale perché quel benedetto ascensore ha deciso che oggi non era il giorno giusto per funzionare. Con la borsa della spesa a segarmi le ultime falangi della mano, la cassa d’acqua da 6 nell’altra e la tracolla della borsa del lavoro incastrata tra le tette a mo’ di cartucciera tipo Rambo. Sono finalmente davanti alla porta. Appoggio tutto con la grazia di un elefante in una vetreria e mi metto a rimestare dentro la borsa per trovare le chiavi che ovviamente non si trovano mai, (la Nasa mi spiegherà un giorno il tunnel spazio-temporale delle borse di noi donne, che inghiotte chiavi e altro e restituisce cose che non sapevi nemmeno di avere). Si illumina il cellulare e in una flashata che apprezzo tantissimo, riesco a intravvedere anche le chiavi. Le afferro e finalmente riesco ad entrare. Scarico tutto l’ambaradam in cucina e poi adagio le mie membra sfrante sul divano. Non so voi, ma io, alla fine della giornata, tra lavoro, palestra e spesa, riesco a conservare giusto un neurone: quello incaricato di farmi ritrovare la strada di casa e di farmi completare le funzioni base, tipo andare in bagno, mangiare, dormire. Stop. Divento inadatta alle attività complesse dopo le 20. Il problema è che quello stesso neurone, ora, è incaricato di ascoltare, ma soprattutto comprendere, il vocale che aspetta da tipo 5 minuti tra le notifiche di WhatsApp.

Lo faccio partire. Catz! Il volume è a zero! Smoccolo.

Sforzo mentale di concentrazione numero 1: vanificato.

Ricominciamo da capo.

Alzo il volume del telefono a manetta, questa volta devono sentire anche i vicini, ché al massimo se non capisco, chiedo l’aiuto del pubblico (leggasi, della vicina della porta accanto).

Pigio play e l’audio finalmente parte. Un minuto secco di voce femminile e una proposta: scrivere una rubrica. Questa. Il tema? Faccio io. Argomento a scelta, di volta in volta, come a scuola. Il mondo di oggi. I rapporti uomini/donne. Lo sport. Le notizie bizzarre. Quel che passa e mi colpisce, insomma. Purché condito di litrate di ironia e leggerezza, e senza prendersi troppo sul serio.

Mi raddrizzo sul divano, come se scattassi sull’attenti, richiamata da un comando invisibile e mi vedessero dall’altra parte del telefono. Senza dare tempo a quell’unico neurone presente di formulare un ragionamento di senso compiuto, avvio la registrazione del telefono e rispondo: ciò che ne consegue sono un paio di minuti di messaggio confuso da decerebrata, con una parola intervallata da una sfilza indefinibile di “Eeeeehmm…”, che Frankenstein in confronto sarebbe sembrato un fine oratore. In quella fase di totale incapacità di intendere e volere, ho pigiato invio e ho spedito nell’etere la mia risposta. Tempo di attesa: 5 minuti.

quella del terzo

In quel frangente, ho ascoltato il mio messaggio.

Terribile. Imbarazzante. Le ultime esternazioni di una colpita da improvviso attacco apoplettico. Nella mia testa, sfilavano le espressioni di chi, dall’altra parte, avrebbe ascoltato quel messaggio e nei 5 minuti di attesa della risposta, immaginavo questa persona pentirsi di avermi fatto la proposta, probabilmente colpita dallo stupore di come mi fossi ridotta dall’ultima volta che ci eravamo viste.

Aspettandomi il dietrofront, quando si è illuminato nuovamente lo schermino del cellulare, ho guardato solo con la coda dell’occhio l’anteprima della notifica: se non apro il messaggio – mi son detta – è come se il messaggio non fosse mai arrivato. Poi ho intravisto un “Ok, allora partiamo”. È ufficiale: c’è qualcuno oggi che ha meno neuroni funzionanti di me.

E comunque… Sfida accettata!

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