L’acqua che manca dopo l’alluvione: la sfida climatica che minaccia la Romagna
Dalla devastazione alla sete: il paradosso romagnolo
Le ferite delle recenti calamità sono ancora aperte nel nostro territorio, eppure ci troviamo già a fare i conti con un’emergenza che sembra di segno del tutto opposto: la carenza d’acqua. Quella che all’apparenza potrebbe sembrare un’assurda contraddizione è, in realtà, uno degli effetti più diretti e drammatici del cambiamento climatico che sta investendo la nostra regione. Per Confcooperative Romagna-Estense, che rappresenta una fetta cruciale del tessuto produttivo tra Ravenna, Forlì e Cesena, la situazione richiede un intervento drastico e immediato. Serve un piano straordinario dedicato all’adattamento climatico e alla sicurezza idrica. Il territorio romagnolo deve attrezzarsi non soltanto per respingere e deviare l’acqua durante gli eventi meteorologici estremi, ma deve urgentemente imparare a trattenerla e gestirla quando questa è abbondante, per farvi fronte nei mesi di magra.
A rischio il motore dell’economia locale
La prospettiva tracciata da Roberto Savini, presidente di Confcooperative Romagna-Estense, non lascia spazio a dubbi: garantire la sicurezza idrica è diventata un’assoluta priorità economica, prima ancora che ambientale. Quando manca l’acqua, il blocco non riguarda esclusivamente il lavoro nei campi, ma si estende a cascata sull’intera agroindustria, che rappresenta uno dei motori trainanti dell’economia romagnola. Molte delle nostre imprese si basano su sistemi idrici misti, attingendo sia dagli acquedotti pubblici sia dai pozzi privati. Con l’arrivo dell’estate, tuttavia, le falde sotterranee si abbassano drasticamente, rendendo i pozzi sempre meno produttivi. Senza questa risorsa fondamentale, l’intera catena della trasformazione alimentare rischia di bloccarsi, con ricadute pesantissime sia sulla continuità della produzione sia sui livelli occupazionali del territorio. Per Savini è impensabile continuare a rincorrere costantemente l’emergenza. Occorrono investimenti mirati per aumentare la capacità di stoccaggio delle acque, uniti a una modernizzazione dei canali e a una profonda semplificazione degli iter autorizzativi per poter cantierare le opere necessarie in tempi rapidi.
Il clima che cambia e la necessità di nuove infrastrutture
Il motivo per cui ci troviamo a passare in così breve tempo dall’alluvione alla siccità è squisitamente meteorologico, come illustra Pierluigi Randi, presidente dell’Associazione Meteorologi Professionisti (Ampro). Questi due fenomeni estremi sono sempre più spesso due facce della medesima medaglia. Il nodo cruciale non è più solo la quantità di pioggia che cade, ma le modalità con cui essa si riversa sul territorio e la reale capacità del suolo di assorbirla. Con precipitazioni concentrate in pochissime ore, l’acqua scivola via rapidamente verso i fiumi e verso il mare, precludendo la fondamentale ricarica delle falde acquifere e dei terreni. Per gestire questo nuovo scenario, secondo Randi, anche la nostra storica rete dei canali di bonifica deve compiere un salto evolutivo. Progettato in un’epoca caratterizzata da un clima molto più stabile, oggi questo sistema deve non solo drenare le acque in eccesso, ma sapersi integrare con nuovi invasi per trattenere la risorsa e ricaricare le falde sotterranee. Nel frattempo, il meteo non promette sconti: la forte ondata di calore continuerà a colpire la Romagna fino ai primissimi giorni di luglio. Il picco di questa ondata, atteso tra il 28 giugno e il 2 luglio, porterà temperature massime capaci di toccare i 38-40 gradi e le cosiddette notti tropicali. Questo caldo intenso favorirà livelli altissimi di evapotraspirazione, impoverendo ulteriormente le riserve d’acqua contenute nei nostri suoli.

