Al tradizionale Processo del 10 agosto promosso da Sammauroindustria il pubblico giudica colpevole la Repubblica Italiana di non avere mantenuto le promesse dei padri fondatori. Oltre 700 persone alla Torre di Villa Torlonia.

Colpevole di non avere mantenuto le promesse dei padri fondatori. È netto il verdetto pronunciato dal pubblico alla Torre-Villa Torlonia di San Mauro Pascoli, dove nella serata del 10 agosto si è tenuto il tradizionale Processo promosso da Sammauroindustria. Davanti a oltre 700 persone, l’imputata era la Repubblica Italiana: 323 voti per la condanna, 282 per l’assoluzione, 79 gli astenuti. A leggere il responso è stato Gianfranco Miro Gori, presidente del Tribunale e ideatore del Processo, che da anni porta a San Mauro il rito laico del contraddittorio tra storici.

processo repubblica italiana a san mauro pascoliL’accusa di Davide Conti: una democrazia senza processo al fascismo

Le prime bordate sono arrivate dallo storico Davide Conti, che ha collocato la nascita della Repubblica nel passaggio dal collasso della monarchia al nuovo scenario internazionale della Guerra fredda, richiamando la lettura di Claudio Pavone sulla guerra contro l’invasore, la guerra civile e il conflitto di classe. La Costituzione, secondo Conti, è figlia di quel momento, ma resta un atto incompiuto.

A sostegno della tesi, l’accusatore ha srotolato il calendario dei ritardi nell’attuazione della Carta: la Corte Costituzionale nel 1956, il Csm nel 1959, la riforma della scuola nel 1968, il diritto del lavoro e le Regioni nel 1970, il referendum nel 1974, il servizio sanitario nazionale nel 1978, la riforma del diritto di famiglia nel 1981, il reato di tortura solo nel 2014. Il punto più duro riguarda l’assenza di una Norimberga italiana: una democrazia nata senza un processo al fascismo, che secondo Conti ha alimentato una cultura dello stragismo affermatasi già all’alba della Repubblica con Portella della Ginestra. La richiesta finale non è stata una condanna della Repubblica in sé, ma dei conti mai fatti davvero con la propria storia.

La difesa di Roberto Balzani: la forza sta nella scommessa

In difesa è intervenuto lo storico Roberto Balzani, che ha ricordato come l’idea repubblicana diventi plausibile solo quando si trasforma in strumento per abbattere una tirannia, come accadde negli Stati Uniti contro gli inglesi e in Francia con i rivoluzionari. In Italia si afferma quando la monarchia crolla insieme al regime fascista: pochi anni prima l’ipotesi repubblicana era patrimonio di pochi malinconici, tanto che nell’Ottocento l’unica repubblica esistente era San Marino, in un panorama di sole monarchie.

Da qui l’argomento centrale della difesa: pretendere che i costituenti applicassero immediatamente i dettami della Carta, dopo una sanguinosa guerra civile e vent’anni di dittatura, in un Paese in larga parte a-democratico e a-repubblicano, era semplicemente irrealistico. La forza della Repubblica, per Balzani, sta nella scommessa e nella visione sul futuro, evidente soprattutto nel trentennio 1948-1978, quando l’Italia conosce un cambiamento epocale con un consenso tutt’altro che scontato alla partenza.

Valbruzzi: alto tradimento e attentato alla Costituzione

Il secondo accusatore, il politologo Marco Valbruzzi, ha formulato due capi di imputazione: alto tradimento e attentato alla Costituzione. La distanza tra le promesse di ottant’anni fa e le realizzazioni quotidiane, ha sostenuto, è sotto gli occhi di tutti. A dimostrarlo ha chiamato cinque testimonianze prese dalla cronaca: la morte sul lavoro dello stagista Lorenzo Parelli nel gennaio 2022, con il richiamo alle tre vittime al giorno che rendono retorica la formula della Repubblica fondata sul lavoro; la storia di Giulia, laurea in Economia ed Erasmus, costretta a emigrare con un curriculum perfetto; quella di Marina ed Emanuele di Taranto, tre figli, lui malato e spaventato non dalla malattia ma dalla perdita del lavoro, in una città dove tra il 2004 e il 2010 quasi 12mila persone hanno perso la vita in buona parte per cause legate all’acciaieria; la morte del bracciante indiano Satnam Singh, abbandonato dal datore di lavoro nell’agro pontino; e Bruno di Gatteo, che lavora ma non arriva alla fine del mese. La richiesta è stata una condanna con finalità rieducativa, per riportare la Repubblica sui binari giusti.

Ridolfi: la Repubblica siamo noi

A chiudere la difesa è stato lo storico Maurizio Ridolfi, che ha ribaltato il metodo dell’accusa: ai casi di promesse mancate se ne possono contrapporre altrettanti di segno opposto, a partire dalla propria biografia di figlio di contadini arrivato alla carriera accademica grazie a un contesto che glielo ha permesso.

La Repubblica, ha argomentato, è più forte degli stessi partiti che l’hanno plasmata: dopo il 1989 quei partiti sono entrati in crisi senza affossarla, trovando un nuovo equilibrio anche grazie al ruolo del Presidente della Repubblica. Oggi la sfiducia verso la politica convive con un tessuto sociale vivo, con otto milioni di italiani impegnati nel mondo cooperativo, sociale e del volontariato: sono loro, per Ridolfi, il cuore della Repubblica. La scommessa non è assolvere ottant’anni di storia, ma riconoscere che il futuro passa da una Repubblica dei cittadini, consapevoli di ereditare un patrimonio di valori.

processo repubblica italiana a san mauro pascoliIl verdetto: condanna per alzata di paletta

Al termine delle arringhe la parola è passata al pubblico, chiamato a votare per alzata di paletta. L’esito è stato netto: 323 voti per la condanna contro i 282 per l’assoluzione, con 79 astenuti. Un verdetto che conferma la formula del Processo del 10 agosto come uno degli appuntamenti più partecipati dell’estate culturale romagnola, capace di trasformare una serata sotto la Torre in un esercizio pubblico di storia e di cittadinanza.

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