Storia e tradizioni della Riviera adriatica
Due scafi paralleli, un sedile, due remi. Il moscone, in dialetto romagnolo e’ muscon, è l’imbarcazione che per decenni ha accompagnato le estati della Riviera adriatica. Oggi la chiamiamo comunemente pattino.
Un mezzo nato con il turismo
Prima del turismo balneare l’economia della costa era povera e legata quasi solo alla pesca. Il mare era affare di marinai e pescatori, gli unici ad avere la capacità (e il coraggio) di affrontarlo. Con l’arrivo dei villeggianti, oltre a sedie a sdraio, cabine e “tende” di stoffa al posto degli ombrelloni, nacque l’idea di noleggiare piccole imbarcazioni per brevi remate sotto costa, con mare calmo. Ai “cittadini” poco abituati all’acqua non si poteva però affidare una barca a remi, pesante e instabile. Una barca a vela era troppo difficile da manovrare e troppo costosa per un turismo popolare. La soluzione fu il moscone: leggero, facile da governare, impossibile da rovesciare e poco pericoloso anche in caso di urto. Il principio dei due scafi affiancati, che garantiscono più stabilità di uno solo, è antichissimo. In altre parti del mondo la stessa imbarcazione è nota con nomi come “pattino” o “scivolante”.
Anni Sessanta: una fila ininterrotta sulla battigia
Negli anni Sessanta, sorvolando il litorale dai lidi ferraresi alle coste marchigiane, si sarebbe visto un susseguirsi di mosconi allineati sulla riva. Passeggiare lungo il mare significava zigzagare tra imbarcazioni, sabbia rovente e buche scavate dai bambini con paletta e secchiello.
Il lessico del moscone
Il termine nasce in dialetto, almeno in Romagna, e porta con sé un piccolo vocabolario:
- e’ muscuner: chi lo dava in affitto;
- l’umbrilon de’ muscuner: l’ombrellone in posizione avanzata, sotto cui trascorreva la giornata, spesso insieme a e’ salvatag, il bagnino;
- e’ muscon: l’imbarcazione stessa.
Era un mezzo “democratico”. Da ormeggiato offriva appoggio anche a chi non poteva permettersi l’ombrellone, che vi stendeva gli abiti direttamente sulla battigia, e i muscuner di allora lo sopportavano di buon grado. Negli articoli della “ludla” si lgge di un amico muscuner che, vedendo arrivare due anziane signore con un ragazzino, commentava divertito: “Agl’aparecia e’ muscon!”, cioè “ora apparecchiano il moscone”. E infatti gli abiti diventavano tovaglia e tovaglioli, i giochi del bambino le stoviglie.
Perché “moscone”?
Una prima spiegazione compare nella Guida di Rimini di Mario Becca (1923), che descrive i mosconi come mosche chiare sull’azzurro del mare. Secondo la ricostruzione riportata, l’intuizione è giusta ma l’insetto è un altro: non i ditteri, che non si posano sull’acqua, bensì i gerridi. Sono insetti dalle zampe lunghe e sottili che, sfruttando la tensione superficiale, si spostano sugli specchi d’acqua calma. Scuri, più grossi di una mosca, con zampe poco visibili dall’alto, furono probabilmente scambiati per veri mosconi dai primi costruttori.
Oggi i gerridi si vedono sempre meno, perché le zone umide costiere sono state cancellate dall’espansione edilizia e i maceri della canapa sono scomparsi dalle campagne.
L’ultimo dei mosconi
Anche i mosconi sono quasi spariti. Restano pochi vecchi esemplari usati da pescatori dilettanti nelle mezze stagioni. Resiste però il moscone rosso degli addetti al salvamento, che ogni anno rinnova la sua livrea e brilla al sole tra pedalò, moto d’acqua e windsurf. È uno degli ultimi simboli di una Romagna che cambia. Ovunque lo chiamano “pattino”, ma qui resterà sempre e’ muscon.
Articolo realizzato con la collaborazione dell’Associazione Istituto Friedrich Schürr







