di Mario Pugliese
Qualche giorno fa la Voce di Romagna, quasi in punta di piedi, ha sospeso le sue pubblicazioni e, sinceramente (malgrado i miei 13 anni di onorato servizio) non credo vi mancherà.
Il giornale, da tempo, aveva smarrito la sua identità e – con gli organici decimati, un’immagine sputtanata ed un progetto editoriale senza alcuna prospettiva – si è spento definitivamente perché l’editore non si era accorto (!) di un’istanza di fallimento da 30mila euro.
Sebbene non sia giusto generalizzare, la fine ingloriosa di questa esperienza – che nei primi dieci anni del nuovo millennio aveva invece regalato lampi di vero giornalismo – è l’avvisaglia inquietante dello stato di salute dell’editoria italiana. Perché è innegabile che La Voce abbia rappresentato, negli ultimi tre anni, un modello imbarazzante di analfabetismo imprenditoriale, ma è altrettanto vero che, guardandosi attorno – seppur con un’altra etica ed un’altra serietà – il contesto non sembra affatto più roseo. Perché i finanziamenti dell’editoria, unica vera zattera per una reale autonomia delle testate, sono sempre più incerti e risicati, perché la pubblicità è calata drasticamente (La Voce Srl, prima di fallire, vantava 1,6 milioni di euro di crediti esigibili verso aziende del territorio che avevano acquistato, ma non pagato, le inserzioni) e perché i giornali – ormai irreversibilmente affossati dalla comunicazione social – vendono sempre di meno.
Oggi l’informazione, che sia planetaria o di quartiere, passa tutta dalla centrifuga di facebook e poco importa se le notizie che fluttuano in rete non siano verificate, continenti o d’interesse pubblico. Il mondo social, come una generosa livella, ha “resettato” tutte le differenze culturali e così, battibeccando in rete, anche l’ortolano sotto casa può zittirti in un istante copia-incollando l’aforisma di Kierkegaard. Il successo dei social, in fondo, sta tutto qui, nella divina illusione di proiettare in pubblico non ciò che realmente siamo, ma ciò che vorremmo essere. E così sbocciano – agguerrite – le Gabanelli col grembiule, tuttologi onniscienti, giornalisti improvvisati e cronisti da bagaglino.
In questa betoniera di notizie “fai-da-te”, dove la terza media vale come una laurea e dove chi ieri zappava oggi dispensa lectio magistralis, non c’è più spazio per i giornalisti. Il gruppo facebook “Sei di Cesenatico se” raduna oggi oltre tredicimila follower, i giornali locali in città vendono assai meno di un decimo delle copie. E la forbice, dicono gli analisti, è destinata impietosamente ad allargarsi.
E allora come si esce da questa situazione? “Tutti su internet”, rispondono allegramente i coglioni del digitale. D’accordo, peccato che in Italia non esista un solo portale giornalistico capace di produrre utili. Perché lì non ci sono i finanziamenti statali, perché l’accesso è gratuito e i banner pubblicitari costano una sciocchezza. E allora come li pago sul web gli stipendi dei giornalisti? Non li pago o, come fa una notissima testata giornalistica online specializzata nella cronaca rosa, mi limito ad una questua di 4 euro ad articolo. Insomma, per la serie “bentornati nel giurassico”, scacco matto alla professione e pietra tombale sull’informazione.


