Negli anni Trenta, quando la cura dei bambini passava per il sole e l’aria di mare, la Colonia Marina “Lino Redaelli” di Cesenatico fu uno degli esempi più riusciti di come il razionalismo potesse unire funzionalità, studio della luce e attenzione maniacale al dettaglio. La volle la società Giuseppe & Fratello Redaelli S.p.A. di Milano, che la fece costruire tra il 1935 e il 1938 su progetto degli architetti Enrico Agostino Griffini e Cesare Fratino, con Marcello Nizzoli a curare la parte pittorica. Sorgeva su viale Giosuè Carducci e si apriva direttamente verso l’arenile. Oggi è stata demolita, ma la documentazione d’epoca ci permette ancora di capire quanto valesse.
Un lotto, due giardini, una “L”
Il terreno era un rettangolo di circa 5.000 metri quadrati, compreso tra la passeggiata alberata di viale Carducci e la spiaggia. L’edificio ne occupava solo 600 circa, e doveva accogliere esattamente 72 bambini.
Griffini e Fratino scelsero una pianta a L, con due corpi distinti. L’ala principale correva parallela alla riva, con orientamento nord-ovest/sud-est, e raccoglieva sala da ritrovo, refettorio e camerate. L’ala perpendicolare era riservata ai servizi: infermerie, alloggi del personale, locali generali e la sezione di isolamento.

Il sole come strumento di progetto
Ciò che rende la Redaelli davvero speciale è il controllo ambientale passivo studiato da Griffini. L’architetto non si limitò a posare i volumi sul terreno: usò le carte solari di Howard T. Fisher, apparse su Architectural Record nel 1931 e da lui riprese nel manuale del 1946 Costruzione razionale della casa, per calcolare azimut e declinazione del sole nell’arco dell’anno.
Da quei calcoli nacquero scelte precise. Il primo piano dei dormitori sporgeva di oltre due metri rispetto al piano terra e funzionava da visiera sulla vetrata continua di 30 metri di refettorio e atrio. Al solstizio d’estate, quella sporgenza impediva ai raggi di mezzogiorno di colpire il vetro e lasciava entrare il sole solo nelle prime ore del mattino, evitando che il refettorio diventasse una serra.
Lo stesso sbalzo regalava al pianterreno un camminamento coperto, dove i bambini potevano restare all’aperto anche con la pioggia. Le camerate del primo piano ricevevano luce da finestre di misura ordinaria sul lato a monte e da due lunghe asole vetrate, oltre 13 metri ciascuna, sulla facciata verso il mare, con l’architrave appeso direttamente alle mensole del solaio di copertura.
Dentro la colonia: ordine, igiene, luce
Gli interni rispondevano a una logica rigorosa, in linea con le norme igieniche ed educative del tempo.
Al piano terra, l’atrio d’ingresso stava al centro del blocco principale e ospitava la scala. Sulla parete di fondo campeggiava un affresco allegorico di Marcello Nizzoli. A sud si apriva la sala da ritrovo, circa 90 metri quadrati, dove era murata la lapide in ricordo dell’ingegner Lino Redaelli. A nord c’era il refettorio, circa 120 metri quadrati, pari a 1,7 per ciascun bambino.
L’ala dei servizi conteneva cucina, dispensa, guardaroba, stireria e rammendo, l’abitazione del custode e la camera d’isolamento sanitario. La colonia era anche autonoma sul fronte idrico, con un impianto proprio di sollevamento alimentato da un pozzo trivellato a 180 metri. I servizi igienici per maschi e femmine avevano ingressi separati e diretti dalla spiaggia, così i bambini potevano accedervi senza attraversare l’edificio. Un piccolo corpo a un solo piano ospitava la lavanderia.
Al primo piano trovavano posto due dormitori speculari, uno per i bambini e uno per le bambine, con 36 letti ciascuno. Ogni camerata misurava circa 180 metri quadrati: 5 metri quadrati e 17,50 metri cubi per letto, con un’altezza netta di 3,50 metri. In ogni stanza una nicchia era riservata alle assistenti. L’ala perpendicolare, sempre al primo piano, accoglieva alloggio e salotto della direttrice, camere di istruttrici e personale, ufficio, infermeria e ambulatorio per visite e medicazioni.
Materiali, colori, arredi
Griffini curò la cromia con la stessa attenzione riservata alla geometria, puntando a un ambiente luminoso e accogliente.
All’esterno, l’ossatura in cemento armato e muratura era rivestita in intonaco Duralbo bianco, con i campi murari in Duralbo verde-bottiglia applicato a spruzzo. Gli infissi in legno erano verde scuro, le strutture in ferro e gli avvolgibili giallo paglierino. La copertura piana garantiva isolamento termico grazie a camere d’aria e a un manto impermeabile in asfalto, protetto da mattonelle in laterizio.
L’ingresso aveva una gradinata in marmo bronzetto, scritte in acciaio smaltato giallo vivace, il soffitto della pensilina in Duralbo giallo oro e una grande lampada centrale in bronzo con cristallo opalinato convesso. Le pareti erano in vetrocemento, con intelaiatura verniciata in cementite bianca.
Gli arredi, disegnati su misura, mescolavano rovere, tubolare d’acciaio e linoleum in una policromia vivace:
- Portineria e uffici: pareti in cementite verde-pisello, mobili in rovere naturale con piani in linoleum nero, maniglie in alpacca e soprammobili in ceramica di Laveno rosso cinabro.
- Refettorio: pavimento in piastrelle grigie e pareti in cementite azzurro cupo. Tavoli da sei posti e panche avevano struttura in tubo d’acciaio verniciato blu, con piani in linoleum tortora o listoni di rovere. Tovaglie e portasalviette erano in tessuto stampato a mano color ruggine, nel gusto rustico romagnolo.
Un edificio che univa calcolo scientifico e sensibilità per il colore, e che a Cesenatico oggi vive soltanto nelle carte.
Rassegna di Architettura 1939/3 Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
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