C’era una volta Moana

di Mario Pugliese

La foto che scattò Marco Bertozzi

Il 27 aprile Moana Pozzi avrebbe compiuto 56 anni. Ho rispolverato dal mio vecchio archivio un articolo che scrissi nel 2015 in occasione del decennale della morte.

Avvolta da un golfino nero pece, uscì dal retro senza un filo di trucco e, dopo averla contemplata sul palco nella sua oscena bellezza, il destino mi concesse il vero privilegio di ammirare l’intima sacralità del suo viso «acqua e sapone».

Moana, che due ore dopo lo show non si aspettava quel drappello di fan intirizziti, provò a nascondere il volto sotto la chioma color grano. Ma in quel profluvio di saluti e lusinghe da stadio, per un istante, alzò la testa e rispose con un sorriso. Dopo un’ora al Circo Barnum dell’erotismo, fu quello il momento più autentico della serata.

Febbraio 1990, discoteca Area, nelle ruspanti campagne forlivesi. Sono un giornalista di 20 anni con l’ormone un po’ pronunciato. Non sono ancora iscritto all’Ordine e per accreditarmi, all’ingresso, mostro l’articolo firmato sulla Gazzetta di Cesena la domenica prima: Savignanese contro Cocif Longiano, campionato di promozione (per i calciofili dell’epoca la bi-zona di Levine Giunchi contro il modulo «come viene viene» di Sidio Corradi). Di fronte ho un buttafuori diffidente, senza collo e con la voce da Cugino di Campagna. Per nulla convinto, chiama il titolare. Che incredibilmente la beve: «Vai ragazzo, facci un bell’articolo». E’ fatta, si entra.

Sono io e Marco Bertozzi, oggi stimatissimo ingegnere meccanico di Cesenatico. Lui fa l’università a Bologna, ma quando lo chiamo e gli dico «Stasera mi serve un fotografo», Marco scende nella caverna di Batman, sveste i panni dello studente irreprensibile e si tramuta nel più scaltro e affidabile compagno di merende. Il problema è quella Reflex al collo, una AGFA del 1976 con custodia marrone caffellatte. Con quel reperto giurassico tra le mani nessuno sarebbe mai riuscito a spacciarsi per fotografo. Marco sì.

Sulle locandine, reclamizzato da settimane – neanche fosse la festa patronale – c’è l’evento dell’anno: arriva in Romagna la divina Moana Pozzi.

Lo spettacolo è annunciato per le 23, ma alle 21 è già tutto esaurito. Il giorno prima il parroco del paese aveva minacciato scomuniche e lanciato anatemi: «Mariti e padri di famiglia, state lontani dal demonio della lussuria!». Durante l’omelia tutti ad annuire, ma il giorno dopo – dall’edicolante al panettiere – sono tutti in prima fila.

Non siamo ancora nell’era della porno bulimia di internet, ma i vhs a luci rosse hanno già sgretolato le censure di regime, mantecando – per sempre – l’immaginario erotico dell’epoca. Nei videoregistratori degli italiani sgomitano, già da tempo, gli amplessi copia & incolla di Ginger Lynn, Teresa Orlowsky, Tracy Lords e Vanessa Del Rio.

Venerate come santini – negli anni analogici di «Non è la Rai», del Subbuteo e dei Power Rangers – le pornostar d’importazione sono già delle celebrità. Moana, però, è una spanna sopra tutte. E’ lei, negli anni ‘90, l’opera omnia della seduzione vietata ai minori, la sintesi perfetta della femminilità da ribaltabile.
Mi guardo attorno: c’è il pubblico da curva mare, quello che intona «Faccela vedè, faccela toccà…» e c’è quello, più composto, da Salon Kitty: «Ingegnere come va? Anche lei qui stasera?».

Sullo sfondo un drappello di carabinieri si arrovella nel dilemma mistico di quegli anni: da una parte il codice penale con gli atti osceni in luogo pubblico, dall’altra le «larghe vedute» di una società che non si accontenta più di Rosa Fumetto e del Tuca Tuca della Carrà.

Noto tra il pubblico una ragazza bellissima. Salopette, anfibi e fascia tra i capelli corvini. Neppure il tempo di fantasticare che parte la sigla di Diva Futura. Sul palco dorato, tra luci abatjour e l’immancabile fumo artificiale, avvolta in un abitino attillato rosso porpora, compare lei. Ondeggia i fianchi, stuzzica il pubblico, simula coi lombi indicibili pratiche sessuali. Poi impugna il microfono e, in lingerie, dialoga con i fans. Parla di erotismo, di libertà sessuale, lancia anatemi contro la censura. In prima fila, tutti annuiscono e il giorno dopo ovviamente… tutti a messa.

Il resto è un’esibizione di anatomia ginecologica, più che uno show erotico una seduta di contorsionismo senza slip. Perché, fidatevi di chi era sotto il palco, la divina Moana Pozzi – come la Pausini – ce l’aveva uguale a tutte.

Concluso lo spettacolo con largo anticipo rispetto al copione (colpa del compenso che – protestano dallo staff della pornostar – «non è quello pattuito»), mi trovo in camerino davanti a Moana: «Non ti dispiace, vero, se intanto mi vesto? Tanto nuda mi hai già vista». Mantengo a fatica un aplomb distaccato, ma dentro di me l’ormone balla come John Travolta in Pulp Fiction. Faccio domande idiote e ricevo le risposte banali che merito. Ma anche se sto facendo un’intervista ci sono momenti in cui, in barba alla deontologia, le parole contano zero.

Oggi, trascorsi 27 anni, di Moana ricordo soprattutto la pelle bianca, le labbra rosso magenta, le unghie dei piedi laccate e la mimica da diva, come una Gessica Rabbit in carne ed ossa.

Marco e la sua reflex sono rimasti fuori assieme all’orda di fan che reclama, inutilmente, selfie e autografi. Esco tra due ali di folla come Russel Crowe nel Gladiatore. Uno mi guarda e mi fa: «Come ce l’ha le poppe?». La magìa svanisce e non tornerà mai più.

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