Elezioni Regionali, riflessioni “a caldo”

Nessuna rivoluzione. Trionfa ancora la sinistra, come avviene ormai puntualmente dal 1970, l’anno in cui furono istituiti i consigli regionali.

Vittoria meno roboante stavolta (8 punti scarsi), ma pur sempre vittoria. L’Emilia Romagna si conferma roccaforte inespugnabile per la Lega, anche se – mai come questa volta – nel centro-destra si levano malumori e rimpianti.

Ha vinto Bonaccini (apparso più esperto, autorevole e affidabile), ma soprattutto – diciamolo – ha perso Salvini che, in poche settimane, ha dissipato il largo vantaggio che gli accreditavano tutti i sondaggi demoscopici, steccando clamorosamente la scelta del candidato.

Ma la Lega ha fallito soprattutto sul versante della comunicazione, non riuscendo mai a contrastare efficacemente l’illazione corrosiva del “candidato fantasma” che, da subito, ha deprezzato – ben oltre i reali demeriti – l’immagine pubblica di Lucia Borgonzoni.

Salvini, da lider maximo, ha provato a metterci una pezza, conducendo – in prima persona – la campagna elettorale ma, così facendo, ha finito per polarizzare l’attenzione su se stesso, mobilitando soprattutto gli avversari e, probabilmente, spingendo alle urne anche chi non ci sarebbe mai andato. Così si spiega il rimbalzo dell’affluenza, cresciuta del 30% rispetto a cinque anni fa (66,49 contro 37,71!)

Ma nella vittoria del Pd, come ha sottolineato Zingaretti, ha pesato anche il contributo delle Sardine. La piazza che si risveglia, i giovani che riscoprono la passione politica, la base del partito che, dopo gli anni dello scollamento, torna in magica sintonia con i suoi vertici. Da Destra, il fenomeno – dipinto come un raduno di fancazzisti – è stato clamorosamente sottovalutato. Ignorando che, in realtà, quello delle “figure credibili” è un problema che riguarda soprattutto la Lega emiliano-romagnola che, alle Politiche, grazie ai riverberi nazionali, stravince a mani basse, ma a livello locale fatica terribilmente ad esprimere uomini e donne all’altezza.

Lo sa bene anche Jacopo Morrone che, malgrado la conquista di Forlì, per non essere messo lui stesso in discussione, sarà chiamato ad un radicale rimpasto degli organici locali. Perché la “dedizione alla causa” merita riconoscenza, ma i limiti di affidabilità di certi dirigenti sembrano ormai una zavorra troppo pesante anche per le spalle larghe del Carroccio.

Ma da queste Regionali esce con le ossa rotte soprattutto il Movimento 5 Stelle. Il cesenaticense Simone Benini, candidato-martire dei pentastellati, supera a fatica il 3%. Lui ha ben poco da rimproverarsi perché, stavolta, avrebbe fallito anche Harry Potter. La verità è che, al di là della favoletta del “voto utile”, peggio di così per una forza di governo non poteva andare.

E veniamo al dato in controtendenza di Cesenatico che si conferma territorio ormai a vocazione leghista. Qui la Borgonzoni ha preso il 50,19% dei voti, distanziando di quasi 8 punti Bonaccini. Mille voti tondi di differenza che, considerando la disparità di peso tra i candidati, dimostrano che, in questo Comune, il Pd continua ad essere in difficoltà.

Fra due anni e mezzo gli scenari potrebbero essere radicalmente cambiati ma, in vista delle prossime elezioni amministrative – ammesso che gareggi per il mandato bis – le avvisaglie per il sindaco Matteo Gozzoli non sembrano promettenti. Partendo da questi dati, per la conferma ci vorrà un capolavoro. A meno che la Lega non disperda il suo sontuoso bacino di voti regalandoci un altro autogol elettorale.

 
 
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