di Melissa Sarpieri

Attraverso la rete metallica osserva, sospirando, il piccolo campo da calcio di fronte a casa. L’odore è quello dell’erba fresca appena tagliata, le luci dei fari ai quattro angoli del campo non si accendono più e ormai da settimane non si sente il fischietto dell’arbitro. Non ci sono gol né le urla del tifo. Solo il silenzio.

Il suo sguardo è perso in quel vuoto, facile leggergli i tristi pensieri.

Leonardo è un ragazzino di dodici anni che vive a Cannucceto, un quartiere della bella e momentaneamente addormentata Cesenatico. Frequenta la prima classe sezione ”I” della scuola media di primo grado Dante Arfelli. E’ un bambino allegro e solare, ha tanti amici e gioca a calcio nella società sportiva della sua piccola città, il Bakia: “Gioco ala destra, ho la maglia numero 7 come Ronaldo perché, come lui, corro molto veloce”.

Leonardo è una delle tante “vittime” di questo virus che si è appropriato del nostro presente rendendo incerto anche il futuro. Nel suo piccolo mondo da adolescente si fa un sacco di domande alle quali non è facile rispondere.

Inizialmente, come tanti, anche lui non aveva capito la reale dimensione di questa emergenza: “I primi giorni, lo ammetto, ero contento delle vacanze improvvise, ovviamente perché non c’era più la scuola, i compiti, le interrogazioni e la mattina finalmente potevo dormire fino a tardi. Però la cosa più bella e nuova per me era la presenza costante in casa dei miei genitori, tutti e due, insieme, per tutto il giorno. Liberi di dedicarmi l’esclusiva di quel tempo prima centellinato e oggi, invece, senza limitazione di orari. Che bello, pensavo, poter godere delle partite a ping-pong col babbo, vedere assieme a lui sul divano tutte le saghe di Rocky e Rambo e la pazienza della mamma che ascolta con curiosità i miei racconti senza la fretta frenetica di dover sempre arrivare dappertutto. E poi mia sorella che ora regala a me tutte le coccole che non può fare al suo moroso (lo ammetto dai, un po’ sono geloso)”.

“Adesso trascorro le mattine seguendo le lezioni scolastiche in videoconferenza. Grazie all’uso del computer e della webcam partecipo con i miei compagni di classe alle lezioni dei miei professori che non ho potuto ancora conoscere bene. Il pomeriggio guardo un po’ la televisione, gioco a calcio con mio babbo nel garage e mi sono anche fatto insegnare a cambiare la camera d’aria della ruota della bici (così se foro so fare da solo). Ogni tanto con mia mamma faccio gli esercizi di ginnastica che lei segue nelle live di Instagram e ho tanto tempo per pensare… Mi mancano i miei allenatori, i mister Alfiero e Matteo, i miei compagni di squadra, le nostre risate negli spogliatoi, mi manca andare a letto presto il sabato sera con le farfalle nello stomaco pensando alla partita della domenica mattina”.

Gli occhi di Leonardo diventano lucidi quando racconta di quel torneo di Firenze al quale ha partecipato, appena qualche mese fa, insieme alla sua squadra: “Ciò che mi manca di più è la libertà. Poter uscire di casa, suonare il campanello del mio vicino per invitarlo a dare due calci al pallone. Mi manca quella libertà di andare ad allenarmi al campo del Bakia da solo con la mia mtb. Come facevano i ragazzi più grandi. Ho voglia della mia vita, di quello che facevo prima dell’arrivo di questo virus che ora mi fa paura. Sono preoccupato quando la mia mamma va a fare la spesa e ho paura per la salute dei miei nonni che sono anziani e deboli. A me non fa paura, perché mi sento un bambino forte e in casa mia so di essere protetto e al sicuro”.

“So che dobbiamo rimanere informati, ma tutte queste notizie deprimenti a me non piacciono. In casa guardiamo spesso il telegiornale e la mamma mi ha detto che questi giorni diventeranno parte di me, scritti nella mia vita come in un libro di storia. Ho paura che ci vorrà molto tempo prima di tornare alla normalità. Adesso il giorno trascorre lento e non ci resta che aspettare che tutto finisca e poi che tutto ricominci”.

“Restiamo a casa tutto il giorno e, quando la mamma mi sgrida perché guardo troppa televisione, la spengo e rimango in silenzio. Allora chiudo gli occhi e con il pensiero volo a casa dei miei nonni, quel nonno che da sempre mi fa vincere a braccio di ferro. Sento il profumo della nonna, lei che mi stringe forte a sé soffocandomi il respiro tra il suo seno, la sua panciona contro la mia…”.

Leonardo è un ragazzino che, per colpa di questa quarantena forzata, ha perso un pizzico di spensieratezza e, come tanti suoi coetanei, sta crescendo un po’ più in fretta. Seguiamo il suo esempio: aspettiamo il domani, immaginando di uscire solo col pensiero. Perché in questo futuro pieno d’incognite almeno una certezza ce l’abbiamo: sarà proporzionale all’attesa la felicità di ritrovarsi.

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