“Oh, ma ci tè?”. Il difficile adesso diventa riconoscersi.

Quando, con la nostra mascherina d’ordinanza, andiamo in farmacia o a fare la spesa, spesso incrociamo volti “familiari”. Il problema, a cui dovremo farci il callo, è riuscire ad identificarli. Eh già perché con quelle mascherine che ci travisano il volto, servirebbe un esperto di postura per dare un’identità certa a quelle sagome.

Il rischio, dunque – alzi la mano a chi non è capitato – è quello della figuraccia, ovvero salutare convinti lo zio e scoprire che, in realtà, quello neppure vi conosce.

I nuovi dispositivi antivirus, inoltre, generano nuove allarmanti problematiche legate alla sicurezza. Le stesse che, qualche anno fa, misero al bando velo e burqa “perché – si disse – non consentivano l’identificazione del soggetto”.

Le leggi italiane, seppur in modo un po’ cavilloso, impongono in effetti di circolare a viso scoperto e le ragioni ce le ha ricordate qualche settimana fa quel malvivente milanese che, con il volto coperto da una mascherina chirurgica, ha rapinato una farmacia. Ma poiché la legge ruota attorno al “giustificato motivo”, non c’è dubbio che le ragioni di salute pubblica rientrino perfettamente nella norma.

E allora come se ne esce? Una soluzione l’ha pensata una giovane studentessa americana che ha creato delle mascherine “trasparenti” per le persone sordomute. Rendendo visibile la bocca, infatti, è possibile comunicare con gli altri, anche in emergenza coronavirus, in piena sicurezza.

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