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In un lungo intervento pubblicato ieri sera da Panorama.it, Nazzareno Carusi, ravennate d’adozione, consigliere di amministrazione del Teatro alla Scala e ordinario di Musica da camera al Conservatorio di Adria (della stessa materia è titolare per chiara fama anche nella celebre Accademia Internazionale di Imola), osserva che «la commissione presieduta da Vittorio Colao, grazie alla personalità di questi, ha una valenza certa. Ma al suo interno, nonostante il numero di commissari, manca un riferimento a quel che attiene alla cultura. Ed è un’assenza grave».

Spiega infatti Carusi anche sui suoi social che «il sostegno alla cultura è una necessità e un vantaggio per lo Stato stesso e, pur considerando come il MiBACT, a differenza d’altri ministeri, non sia in mani inesperte, in questa commissione sarebbe stata buona cosa invitare chi abbia dimestichezza coi beni e le attività culturali e del turismo. […] Cose che quasi tutte, essendo il Sars-CoV2 in giro foss’anche solo un po’, confinano con l’impossibile ».

E prendendo ad esempio il mondo dello spettacolo si chiede «se, in un futuro a medio orizzonte, così come hanno fatto subito moltissimi abbonati di ogni stagione in scena che non hanno voluto rimborsi per gli appuntamenti persi, lo Stato non potrebbe rinunciare ai suoi crediti nei confronti di teatri, enti, istituzioni, festival e associazioni che si sappia (perché si sa, eccome se si sa) operare seriamente?».

Carusi sottolinea che «lo stesso varrebbe per ogni ambito del MiBACT» e chiede però allo Stato, nel contempo, di provvedere «ad evitare che soprattutto certa “politicuzza” imperversi loro addosso, soffocandoli».

Legatissimo all’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, figura chiave della vita politica, culturale e istituzionale italiana degli ultimi decenni, Carusi continua il suo intervento chiarendo di essere consapevole «che non sono pochi soldi. Ma parliamoci chiaro e guardiamo al futuro: soprattutto dopo questo tragico momento, sono somme che lo Stato rischia seriamente di non poter recuperare più».

E invece, così facendo, «è vero che ne resterebbe certamente impagato, però darebbe a ciascuna di queste realtà non solo un segnale immenso d’incoraggiamento, ma un segnale che, con la “pulizia” bancaria che comporterebbe, avrebbe ripercussioni finanziarie immediate e tali da consentire loro, liberate in questo modo, margini enormemente migliori di movimento per la vita. Il che vuol dire tornare ad essere centri di produzione attivi, con la conseguenza di garanzie più solide per chi da loro è scritturato o vi lavora anche saltuariamente […]; di risultati maggiori per l’indotto, il turismo in primis […]; e quindi di un vantaggio tout-court per lo Stato stesso, che proprio rinunciando a questi crediti creerebbe invece al suo erario le condizioni per incassare di più, senza cambiare il proprio “investimento” rispetto a prima e con la medaglia bellissima, civile, sociale e politica, di trasformarsi da creditore inane a lungimirante benefattore».

Carusi conclude il suo ragionamento con un suggestivo rimando storico, che a sua volta termina con uno sguardo esclamativo sui giovani e la scuola: «Come i monaci medievali si presero cura della cultura classica nei loro monasteri, salvandola dalla distruzione e dall’oblio dei secoli che seguirono la rovina dell’Impero Romano d’Occidente, oggi il nostro Stato deve custodire amorevolmente in toto – più di quel che già non stia facendo, e gli va riconosciuto – la cultura sua. Per tramandarla quale l’ha ricevuta. […] Non basta lo streaming. La cultura, sia quella delle attività che quella dei beni e del turismo, ha bisogno di corpi che s’incontrino, si guardino, si parlino, si… coltivino. E in questo senso, il virus è assassino due volte: degli uomini e della bellezza che hanno prodotto e che producono. Allora, nel Medioevo, il pericolo di perdere lo straordinario che s’era avuto da Atene e Roma durò secoli. Oggi, no. A traghettare viva la cultura italiana oltre la pandemia ci vorrà qualche mese, forse qualche anno. Comunque pochissimo, a confronto dei “secoli bui”. Un compito infinitamente più facile. Non affrontarlo non sarebbe solo vile: sarebbe sciocco. Perché in gioco siamo noi. Tutti noi. E tutto il bello e la grandezza che abbiamo dato e sappiamo dare al mondo. Se l’avremo assolto, invece, che storia avrà da raccontare allora ai giovani la nostra scuola, quando finalmente si riabbracceranno ancora in classe!  ».

L’articolo completo, intitolato “La cultura dimenticata”, è qui https://www.panorama.it/news/politica/la-cultura-dimenticata.

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