Molti alberghi di Cesenatico sono stati costruiti, mattone su mattone, pagando le rate dei prestiti con i marchi tedeschi. Questo è un fatto e sarebbe ingiusto dimenticarlo. E, anche se quel sentimento di gratitudine negli anni si è un tantino appannato (fino ad essere letteralmente asfaltato da un ostile sentimento anti-germanico infiammato dal dibattito sugli eurobond), pensare che, per la prima volta quest’estate, sulla nostra riviera non vedremo neppure la schiena spellata di un tedesco non ci può lasciare indifferenti.

Ma da Berlino, in piena emergenza pandemica, la direttiva protezionista ormai è partita: “Damen und Herren, quest’estate sarebbe meglio se ogni tedesco facesse le sue ferie in Germania”. Un invito felpato, per carità, ma con quel popolo – quando in ballo c’è il bene supremo della nazione – non devi insistere.

E così, l’edizione online di Der Spiegel, ieri ha pubblicato un lungo reportage dal titolo “So geht Sommerurlaub in Deutschland”, tradotto “Ecco come funzionano le vacanze in Germania”, ovvero consigli e suggerimenti per trascorrere le ferie estive dentro i confini tedeschi.

Pur non escludendo che nelle prossime settimane alcuni stati europei potrebbero anche aprire le loro frontiere (Croazia, Austria e Grecia), l’articolo elenca le località turistiche più pittoresche dei sedici stati federali. Per carità, niente a che vedere con Capri, Ischia, Venezia, Roma, Firenze, Siena, la Costa Smeralda, il Gargano, la Versilia, le isole Egadi o le Eolie, ma anche il Nord Reno-Westfalia, il Baden-Württemberg e la Bassa Sassonia, nel mese di agosto, possono avere il loro perché.

Al di là delle rispettive bellezze, però, anche se i decreti lo consentiranno, ormai è un fatto: la prossima estate sarà quasi impossibile vedere a Cesenatico un turista tedesco. E non c’è dubbio che ci mancheranno. O meglio ci mancherà l’immagine iconografica dei tedeschi anni ’80, quelli che – a proposito di gretti luoghi comuni – sembravano tutti Hans Peter Briegel (il panzer della difesa germanica di Spagna 82).

Il nostro tedesco – sempre a proposito di gretti luoghi comuni – era differente. Biondo e panzuto, dopo una giornata di sole diventava rosso come un’aragosta. Trangugiava fiumi di birra, si ingozzava di pasta, condiva il pesce con crauti e maionese, si vestiva in maniera sciattosa con accostamenti cromatici improbabili e rideva di gusto alle battute idiote degli italienisch. A lui – sempre a proposito di gretti luoghi comuni – invidiavamo le donne, ma solo quelle giovani perché, dopo i venti, le pinte di birra allargavano i fianchi e gonfiavano l’addome.

Li chiamavamo “Fritz” e “kartoffeln” perché erano buoni e tontoloni come il Gabibbo, ma anche leali e affidabili come Forrest Gump. Bravissimi a pianificare, incapaci ad improvvisare, da loro purtroppo non abbiamo imparato niente. Eppure ci mancheranno.

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