Spariti quasi del tutto i pusher che spacciavano droga ai giardini al mare, guariti i ludopatici incollati come ventose alle slot-machine della Snai, in crisi d’identità anche i ladri d’appartamento che, con la gente tutta rintanata in casa, non sanno più a che citofono suonare. Bamby zampetta spensierato sulle dune della spiaggia, bonificate le strade dai gas di scarico, tornate in salute anche le nostre nonne che, con i soldi della pensione risparmiati al bingo, sono tornate finalmente a comprarsi le medicine. Sgominato il mercato della prostituzione (via le lucciole dall’Adriatica e sul sito piccole trasgressioni appena tre annunci in tutta la regione). Insomma, se non fosse che le nutrie danno la caccia ai gatti e che Mirko Casadei ha inciso una nuova canzone, si potrebbe dire che, oltre la quarantena, dopo il 4 maggio, ci aspetta una Cesenatico migliore.

Se per un attimo mettiamo da parte il “dettaglio” economico, questo lockdown, con un colpo di bacchetta magica, ha spazzato via tutti i mali endemici della nostra società riuscendo laddove la politica aveva sempre fallito: risolto in poco più di un mese il problema delle dipendenze tra i giovani, della micro-criminalità sulle strade, delle ludopatie, dell’inquinamento atmosferico, della prostituzione su strada e d’appartamento.

Chiariamo subito una cosa: il virus non ci ha reso delle persone migliori. Frasi tumblr come “Distanti ma uniti”, “Rimaniamo lontani oggi per abbracciarci domani” sanno di retorica melensa, così come il patriottismo da balcone o la santificazione dei camici bianchi. Nell’emergenza ci sforziamo di essere più buoni, ma non siamo credibili quando passiamo dal sentirci “soli in mezzo alla gente” al sentirci “uniti stando ognuno per conto suo”. Durante la peste, Shakespeare scrisse il “Re Lear” e Newton scoprì la forza di gravità, noi al massimo abbiamo imparato a fare le frappole e finita qualche serie di Netflix.

Ma una cosa forse l’abbiamo imparata. Noi, che abbiamo comprato pasta e farina come se fossimo in guerra. Noi, che abbiamo cercato l’amuchina al mercato nero. Noi, che abbiamo falsificato le autocertificazioni per andare a trovare gli amici. Noi, che abbiamo insegnato al gatto a dire “bau” per portarlo fuori. Noi, che abbiamo progettato la fuga di nostro figlio da una regione perché, nel suo quartiere, c’erano tre positivi al Covid-19. Noi, forse, da oggi, saremo un po’ più indulgenti verso chi fugge da guerre sanguinose e da fame vera.

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