“Confido nella geniale laboriosità degli operatori turistici romagnoli”.

Quando i contenuti scarseggiano e non sai cosa dire, appellarsi alla proverbiale operosità dei romagnoli è diventato l’esercizio più pratico e sbrigativo. Perché, di solito, il romagnolo ci casca e quella pacca sulle spalle, in fondo, ha sempre funzionato.

La stessa frase – vocabolo più vocabolo meno – è stata pronunciata, nel corso di questa lunga pandemia, dal Premier Conte, dal Ministro Franceschini, dal Governatore Bonaccini e dall’assessore regionale al turismo Corsini. Ovvero da tutti coloro che, guarda caso, in queste settimane avrebbero dovuto darci una mano.

Ma poiché, ad oggi, per il turismo non è stato fatto nulla, ecco che l’aforisma è tornato prepotentemente di moda: “Soldi non ce ne stanno ma vedrete che, come sempre, i romagnoli sapranno cavarsela da soli”. E giù con il solito, sdolcinato ritornello di luoghi comuni: i romagnoli che si sono inventati l’industria del turismo tra le macerie del dopoguerra, che malgrado il mare verde e salmastro garantiscono ogni estate oltre 60 milioni di presenze, che hanno insegnato al mondo la cultura dell’ospitalità e che – vendendo l’ombra sulle spiagge – hanno creato un business che oggi vale quasi il 15% dell’intero Pil regionale.

Dipinti come supereroi dotati di poteri sovrannaturali, qualcuno evidentemente ha scambiato la terra del Passator Cortese per il castello incantato di Hogwarts, la residenza dei maghi di Harry Potter dove basta un colpo di bacchetta magica per aggiustare tutto. E così, mentre si studiano aiuti per mezza Italia – anche per i lavoratori stranieri in nero – a noi, “popolo eletto”, ci chiedono sempre di cavarcela da soli.

Ora, diciamo la verità: siamo un po’ vittime della nostra stessa storia. Nel nubifragio del 2015, con la spiaggia ridotta come Hiroshima, ci abbiamo messo tre settimane per riordinare tutto. E quando, nel 1989, le mucillagini sembravano una minaccia letale, noi con le alghe ci abbiamo fatto il gusto di gelato. Mentre l’Italia andava economicamente a picco, in questo lembo di nordest – neanche fossimo un cantone della Svizzera – abbiamo continuato a distribuire lavoro e ricchezza, puntando sulla nostra intraprendenza e sulle nostre tradizioni. Del resto, quale altro popolo, mischiando l’acqua alla farina, sarebbe mai riuscito a farne un prodotto Dop rinomato in tutto il mondo?

Insomma, un po’ ce la siamo anche cercata, alimentando l’idea che la Romagna – come Ciro l’Immortale – anche di fronte ad un’epidemia, alla fine se la sarebbe cavata. Ma, anche se i nostri guai abbiamo imparato a risolverceli da soli, non siamo affatto supereroi e, oltre alle pacche sulle spalle, stavolta una mano ce l’aspettavamo davvero. Anzi, ce la meritavamo davvero.

Come dice Paolo Cevoli: “In Emilia se dici ‘c’ho sete’, ti danno un bicchiere d’acqua. In Romagna se dici ‘c’ho sete’, ti riempiono il bicchiere di Sangiovese”. Perché sì siamo geniali, generosi e altruisti. Ma coglioni no.

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