Diciamo la verità, essere il sindaco di una località turistica nell’era del Covid è una bella rogna. Perché devi conciliare due esigenze che, in realtà, non sono conciliabili: da una parte tutelare responsabilmente la salute dei tuoi cittadini, dall’altra preservare le condizioni minime per “fare turismo”, la sorgente economica da cui dipende gran parte del benessere della tua comunità.

Ci ha provato inizialmente Matteo Gozzoli a spigolare tra le due esigenze ma, alla fine – malgrado gli sperticati appelli al buon senso – le regole sono saltate e, anche se nessuno lo ammetterà mai, Cesenatico ha imboccato la strada “a senso unico” del turismo e quindi della tolleranza cento.

Solo con il senno di poi sapremo se è stato un azzardo o un rischio calcolato ma, intanto, la sensazione è che abbiano prevalso le ragioni contingenti delle imprese turistiche che, dopo l’emergenza sanitaria, non volevano ritrovarsi a settembre a dover fronteggiare anche un’emergenza economica.

Ne siamo testimoni anche noi di Living che, ogni qual volta pubblichiamo articoli sulla risalita dei contagi, veniamo puntualmente redarguiti dai censori di turno: “Bravi – ci rimproverano – bella pubblicità che fate a Cesenatico…”.

Insomma, si è scelto di “correre il rischio” e, almeno per il momento, i numeri ci danno ragione perché, a parte gli ultimi casi (molti d’importazione), abbiamo avuto tutto sommato un’estate Covid-free.

E così, mentre nel Riminese e nel Ravennate continuano a fioccare multe e decreti di chiusura contro i locali che non rispettano le ordinanze, in questo lembo di Romagna – dove le violazioni sono esattamente le stesse – si è deciso semplicemente di dare la precedenza al lavoro.

Inutile raccontarci frottole: Cesenatico con i suoi “zero verbali” non è la Bengodi del senso civico, è solo che – rispetto ad altre località – qui, da metà luglio in poi, si è preferito chiudere un occhio.

L’immagine emblematica dell’auto della Polizia Municipale che, durante la Notte Rosa, costeggia i pub affollati del lungomare con gli agenti che, anziché intervenire, scuotono la testa e tirano dritto è l’affresco più fedele di quella politica della tolleranza che, piaccia o no, ha consentito a tanti imprenditori locali di tornare a lavorare nella normalità.

Ieri il Comune ha persino smentito la notizia dei controlli della polizia locale in alcuni alberghi di Valverde e si dice che anche l’Ispettorato del Lavoro di Forlì quest’estate non si sia fatto vedere da queste parti.

Insomma, con la parabola dei contagi prossima allo zero, nessuno se l’è sentita di infierire sull’industria martoriata del turismo e le minacce sui “giri di vite” sono rimaste prudenzialmente solo minacce.

Unico a pagare, a metà luglio, il bagno Cala Romeo sacrificato sull’altare del “puniamone uno per avvertirne cento”. Ragion per cui quel verbale – giusto ma incomprensibilmente isolato – non dovrà far male.

In definitiva – a parte gli street bar che, grazie alla “Cesenatico XL”, hanno realizzato incassi mai visti – sarà la peggiore stagione turistica del millennio perché la partenza in ritardo peserà eccome sui bilanci finali. Ma, rispetto alle premesse, non si è verificato quel bagno di sangue che in tanti temevano e, anche se gli alberghi hanno faticato terribilmente, questo agosto col pienone ha un po’ aggiustato i conti e, con i premi pagati dalle assicurazioni, le perdite alla fine saranno importanti ma meno dolorose del previsto.

Dunque, ha vinto ancora una volta la Romagna, il nostro modello elastico di vacanza baciato dall’entusiasmo, dal buon senso e – diciamolo pure – anche da un pizzico di culo. Perché se anche quest’estate, bene o male, è andata in porto il merito non è del nostro senso civico (che alla lunga ha ceduto), ma dei rimorsi postumi di un virus che – dopo averci negato la primavera – non se l’è sentita di scipparci anche l’estate.

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