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L’estate in riviera è andata alla grande, ma non abbastanza per recuperare tutto il terreno perduto. E così, secondo le stime di Fipe-Confcommercio, il 2020 per bar e ristoranti emiliano-romagnoli si è chiuso con oltre il 40% in meno di fatturato. Per colpa dell’emergenza Covid, sui conti correnti dei titolari degli esercizi pubblici della nostra regione, rispetto al 2019, mancano 3,3 miliardi. Una catastrofe.

In Romagna la situazione è leggermente migliore perché, rispetto alle aree metropolitane dell’Emilia, da noi i due mesi estivi hanno regalato quella “sgommata” che altrove non c’è stata. Ma il primo conto dei danni del 2020 è comunque salatissimo. Tanto che la stessa associazione lancia l’allarme sul rischio di usura, in un settore che a livello regionale impiega circa 100mila persone.

I ristori arrivati finora sono due: quelli del primo lockdown, che si basavano sul fatturato perso in aprile e quello erogati in autunno, pari al 200% del ristoro già ricevuto. All’appello mancano ancora il ristoro promesso a dicembre, pari al 100% di quello di aprile, e i 21 milioni messi sul piatto dalla Regione. In ogni caso, secondo i primi calcoli, gli indennizzi copriranno al massimo un quarto delle perdite. Troppo poco per non pensare alla chiusura di molti esercizi nel 2021.

E se per adesso i dipendenti sono tutelati dal blocco dei licenziamenti prorogato fino a marzo e dalla cassa integrazione, c’è da chiedersi quanti contratti a tempo determinato già non sono stati rinnovati. E la cassa integrazione quanto copre, davvero?

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