Dopo una serie di rinvii è partito ieri mattina in tribunale a Forlì il processo sui presunti “rimborsi falsi in Apt” che vede imputato Fabio Grassi, ex capo ufficio stampa dell’Apt (Azienda di Promozione Turistica) della Regione Emilia-Romagna, giornalista molto noto a Cesenatico (è figlio dell’indimenticato Primo Grassi)

Grassi è finito sotto inchiesta nel 2016 per una serie di rimborsi relativi a pranzi o cene ‘istituzionali’ che Grassi avrebbe consumato con persone diverse dai giornalisti indicati nei moduli di richiesta di rimborso. Per questo dovrà rispondere di truffa, falso e peculato (per avere usato fondi pubblici per fini personali).

La vicenda nasce da un esposto presentato in Regione dal Movimento 5 Stelle ed è poi deflagrata sui giornali grazie ad un articolo sul Corriere della Sera di Bologna di Anna Budini.

Da quell’articolo, infatti, partì l’indagine della Guardia di Finanza che accertò l’esistenza di decine di rimborsi spese compilati con nomi falsi tra il 2010 ed il 2015 per un totale di oltre diecimila euro.

Al centro dell’udienza di ieri un incontro avvenuto a fine luglio 2015 al palazzo del Turismo di Cesenatico in cui Fabio Grassi – temendo di essere scoperto – incontrò tre giornalisti di altrettante testate locali rivelando di aver inserito i loro nomi in alcuni moduli di rimborso per pranzi e cene – molte delle quali a Cesenatico – consumate con altre persone.

Grassi si giustificò con i giornalisti spiegando che l’espediente doveva servire per aggirare le maglie troppo strette dei rimborsi di Apt che per alcune “pubbliche relazioni” (come quella, ad esempio, con il figlio di Dario Fo) non avrebbe autorizzato i rimborsi.

 
 

Il “colpo di scena” dell’udienza di ieri è stata la rivelazione da parte della giornalista Anna Budini dell’esistenza di una registrazione – non ancora acquisita agli atti – che la stessa aveva effettuato segretamente per cautelarsi da eventuali inchieste: “Sapevamo – ha detto davanti al giudice – che il Movimento 5 Stelle voleva fare una richiesta di accesso agli atti per avere l’elenco dei nomi dei giornalisti presenti a quei pranzi e a quelle cene e che l’ordine dei giornalisti, in caso di violazioni, avrebbe avviato delle indagini interne. Pertanto, poiché non avevo mai partecipato a quei pranzi ed intuendo il modus operandi del Grassi, ho preferito cautelarmi acquisendo un documento che avrebbe potuto scagionarmi da qualsiasi accusa di complicità”. Inutile dire che in quell’audio si cela tutta la verità su questa intricata vicenda.

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