A Cesenatico ci sono negozi di abbigliamento che non hanno atteso il semaforo “arancione” per ripartire. Così, spigolando tra i famigerati codici Ateco, con una frenetica conversione merceologica (inserendo mutande, capi per bambini o abbigliamento “sportivo”) qualche boutique, da questa settimana, ha riacceso la sua insegna. 

Anche se quello dei “capi sportivi” resta un segmento merceologico border-line (non bastano due fettucce laterali per trasformare un pantalone in una tuta), sul piano formale, queste attività sono assolutamente in regola perché, con una semplicissima richiesta di modifica inoltrata alla Camera di Commercio, nessuno può vietare ad un negozio di abbigliamento di vendere slip.

Queste improvvise “conversioni” hanno tuttavia sollevato le proteste di quei negozianti che, al contrario, pur essendo anche loro a reddito zero, hanno deciso – loro malgrado – di rispettare le regole, rifiutando la comoda scorciatoia dei Codici Ateco.

Ma che cosa temono i gestori delle attività? Il problema – sostengono – è che, in molti casi, la mutanda diventa un “pretesto”, ovvero il comodo passe-partout per vendere poi, sottobanco, quei capi d’abbigliamento che, invece, dovrebbero essere interdetti alla vendita.

 
 
 
 

La boutique aperta – che in zona rossa lavora esclusivamente con la clientela fidelizzata del posto – offre infatti al commerciante tante opportunità per vendere, oltre alle mutande, anche i capi del nuovo campionario. Ed i controlli delle forze dell’ordine – lamentano – possono poco o nulla visto che la sanzione scatta solo in presenza di flagranza di reato.

Il legislatore, tuttavia, non è stato così sprovveduto e, per evitare questo genere di trucchi, ha imposto una condizione rigorosa: tutta la merce che non può essere venduta deve essere “bandellata”, ovvero attentamente incellophanata nello scotch che separa gli scaffali di vendita da quelli interdetti. Questa norma viene rispettata? C’è chi dice sì e c’è chi dice no. Ma non tocca a Living vigilare…

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valentino menghi
 
 

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