No, non si tratta di una canzone. Ma di una vera e propria poesia. Il mare, abbandonato dalla frenesia estiva, ritrova un momento per parlare di sé.

Ecco la sua voce: i cavalloni che si spezzano sulla costa, che portano via i disegni sulla sabbia, un gabbiano che passeggia sulla battigia lasciando le sue orme, qualcuno che raccoglie le conchiglie nonostante la stagione. Sembra di fare l’ingresso in un mondo nuovo, in un’altra dimensione. Tempo e spazio possiedono regole proprie. Il vento, che comincia a diventare pungente e cristallino, arrossisce i volti. I mosconi osservano i flutti con un’immensa nostalgia. Pensate alla loro (sublime) tortura: avere l’oggetto del proprio desiderio, le onde, a meno di qualche metro ma… non poterle raggiungere. Se ne stanno soli, costretti ad osservare la libertà delle loro amate fatte di acqua e schiuma

Un silenzio perfetto che viene squarciato dagli urli dei flutti che collidono contro gli scogli. Si tagliano, dividono, frantumano in un canto che racchiude libertà e, allo stesso tempo, un po’ di malinconia.

Perché il mare in autunno è così: una forza che si sprigiona, una natura che si sfoga, un sonetto talmente raffinato che riesce ad unire l’eleganza ad un pizzico di sottile tristezza.

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