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Fantasmi a Cesenatico: la storia di Checco

È una notte di profonda tenebra. Di quelle scure e senza stelle. Di quando nemmeno il mare ha il coraggio di urlare sferzato dal vento, ma resta piatto, immobile, muto. Una notte in cui la nebbia fitta avvolge le barche del porto e il loro contorno sembra disegnato da una mano tremula, da una matita malferma. È buio, troppo buio: i tuoi passi rimbombano sulla strada, deserta; vorresti correre all’impazzata, ma un brivido gelido ti scivola lungo la schiena. Nell’aria pungente senti solo lontani fruscii. Sarà il vento, ti dici, sperando di trovare un po’ di tranquillità. Ma nel profondo sai che la realtà è un’altra: ti giri affannosamente e con lo sguardo – non te ne accorgi – stai cercando qualcuno. Ma chi? Non c’è anima viva. E nemmeno un fantasma.

Chi dice Cesenatico pensa alla piccola cittadina rivierasca che vive di mare, di turisti, di sole. Pensa al buon cibo, alla spiaggia affollata, ai locali che pullulano di vitalità. E no, non può essere di certo lo sfondo ideale per storie di fantasmi.

Ma anche qui l’apparenza inganna. Lo sa bene Francesco, per tutti Checco, la cui storia vive a metà tra l’inquietante e il fantastico, tra il tangibile e il soprannaturale.

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“Ero giovane, allora – racconta Checco – eppure lo ricordo come fosse adesso. Abitavo in vicolo Caporali, oggi via Saffi. Era una notte come le altre, o almeno così deve essermi sembrata. Di certo mi sbagliavo: ero in camera mia, a letto, pronto a dormire quando vidi davanti a me una figura. Che strano, era ben illuminata nonostante la stanza fosse al buio. La scrutavo senza paura, eppure nessuno sarebbe dovuto essere con me in quel momento. Era un uomo, un ragazzo. Era un giovane soldato che sembrava fare la guardia: una mano sul fucile, appoggiato a terra, l’altra nel cappotto”.

Che si trattasse di un sogno?

“No, non stavo sognando – prosegue Francesco – ma ammetto che il dubbio fosse venuto anche a me. Pensavo di avere le traveggole, all’inizio. Provavo a parlagli, ma non rispondeva. Restava lì, con un sorriso sereno sul volto, e ogni tanto si guardava intorno. Niente di più. Prendevo appunti sul suo aspetto e sul suo abbigliamento, non volevo dimenticarlo. Vedendo che indossava una divisa feci diverse ricerche, fino a risalire che si trattava con ogni probabilità di un fante della Prima Guerra Mondiale.”

“Non l’ho raccontato quasi a nessuno. Parlando con una mia anziana vicina venni a sapere di un giovane ‘soldatino’ che durante la guerra prestava servizio proprio in quella zona. Faceva la guardia a un traliccio dell’Enel e, ascoltando il racconto della signora, era morto in circostanze violente e misteriose. Doveva essere lui che veniva a farmi visita di notte”.

luna

“Il ‘soldatino’ si presentò per molte altre sere, sempre più di rado. Ormai avevamo quasi fatto amicizia, anche se non parlava. Quando la casa venne demolita, lui sparì. E da quel giorno non l’ho mai più rivisto”.

Un mistero che forse non verrà mai svelato, quello del “soldatino”.  Un racconto, intimo e affascinante, che valica le barriere del tempo e della razionalità.

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