a cura dello Studio Faggiotto Samorè
C’era una volta una dipendente del comune di Curtarolo con un talento raro: riusciva a essere contemporaneamente in servizio… e altrove. Il badge la dava presente, ma il suo spirito – e spesso anche il corpo – sembrava avere impegni più interessanti fuori dal Comune.
Qualche collega nota l’arte della sparizione, qualche voce gira nei corridoi e l’amministrazione, forse ingenuamente convinta che le regole valgano ancora qualcosa, decide di capire dove finisse il tempo di lavoro pagato. Ed ecco che entrano in scena le telecamere della pubblica via: nate per la sicurezza urbana, ma improvvisamente promosse a testimoni oculari delle fughe strategiche della dipendente.
Le immagini parlano chiaro: uscite frequenti, badge silenzioso e una sorprendente capacità di muoversi quando teoricamente avrebbe dovuto essere alla scrivania. Non contenta, la protagonista si rende protagonista di un ulteriore colpo di scena: durante la malattia, viene ripresa mentre svolge attività poco compatibili con lo status di “indisposta”. Una performance che nemmeno i certificati riescono a rendere credibile.
Da qui, il finale sembra scontato: procedimento disciplinare, licenziamento in tronco e pure una denuncia penale, poi archiviata.
Peccato però che il vero colpo di scena non arrivi dalla lavoratrice, ma dal Garante della privacy, che sposta il focus dalla condotta discutibile alla modalità con cui è stata scoperta.
Il messaggio contenuto nel provvedimento 628/2025 del 23 ottobre dell’Autorità è chiaro: anche se il lavoratore gioca a nascondino con l’orario di lavoro, il datore non può improvvisarsi investigatore usando strumenti pensati per tutt’altro. Telecamere senza accordi sindacali, riprese “artigianali” durante la malattia e controlli fuori dalle regole finiscono per mettere in ombra – giuridicamente parlando – una condotta che, sul piano sostanziale, faceva acqua da tutte le parti.
Così la storia si chiude con una lezione amara: la lavoratrice non ne esce certo come esempio di correttezza, ma riesce comunque a trasformare una gestione disinvolta del lavoro in un problema serio per il Comune. Perché nel diritto del lavoro, si sa, puoi anche avere torto nei fatti… ma se l’altro sbaglia il metodo, rischi di passare tu dalla parte della ragione.
Studio Faggiotto Samorè
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