Acqua, alluvioni e siccità: Legambiente chiede una strategia per la Romagna, non una diga per ogni problema

Legambiente Emilia-Romagna interviene nel dibattito sulla gestione dell’acqua e chiede una strategia complessiva per affrontare insieme alluvioni, siccità e sicurezza idraulica. L’associazione mette in guardia dal rischio di rispondere alle emergenze con una semplice somma di nuove opere.

«Non serve una diga per ogni problema: serve una politica dell’acqua capace di tenere insieme montagna, pianura e costa», sottolinea Legambiente nel comunicato diffuso il 19 agosto.

Alluvioni e siccità devono essere affrontate insieme

Le alluvioni del 2023 e del 2024, insieme alle ricorrenti fasi di siccità, hanno mostrato la fragilità del territorio emiliano-romagnolo di fronte agli eventi estremi.

Secondo Legambiente, proprio per questo non basta intervenire caso per caso. La gestione dell’acqua deve essere inserita in una pianificazione complessiva, basata sulle caratteristiche dei singoli bacini e sulle relazioni tra montagna, pianura e costa. L’associazione sottolinea che un fiume non è soltanto un canale attraverso cui far defluire o accumulare l’acqua. I corsi d’acqua trasportano sedimenti e nutrienti, alimentano gli ecosistemi e collegano territori diversi. Un intervento realizzato a monte può quindi produrre conseguenze anche in pianura e sulla costa.

Il problema dei sedimenti

Uno dei punti centrali sollevati da Legambiente riguarda la gestione dei sedimenti. Un invaso modifica il naturale trasporto dei materiali lungo il corso d’acqua. I sedimenti possono accumularsi nel bacino, riducendone progressivamente la capacità e rendendo necessarie operazioni periodiche di gestione e rimozione. Per questo, secondo l’associazione, il costo di una diga non può essere valutato soltanto considerando la costruzione dell’opera. Bisogna tenere conto anche delle spese necessarie per mantenerla efficiente nel corso dei decenni.

C’è poi un possibile effetto sulla costa. La riduzione dei sedimenti trasportati verso il mare può contribuire ai fenomeni erosivi e rendere necessari ulteriori interventi di ripascimento.

siccitàLegambiente: le dighe possono servire, ma non sono la risposta automatica

Legambiente precisa di non avere una posizione di contrarietà pregiudiziale nei confronti dei nuovi invasi.

Una diga, sostiene l’associazione, può essere utile quando risponde a un bisogno dimostrato, è inserita in una strategia di bacino e presenta un rapporto favorevole tra benefici, costi e impatti. Il problema nasce quando il nuovo invaso diventa la risposta standard a qualsiasi problema legato all’acqua. Prima di realizzare un’opera, secondo Legambiente, occorre quindi valutare:

  • costi di progettazione e costruzione;
  • costi di manutenzione e gestione nel lungo periodo;
  • perdita di capacità dovuta all’interrimento;
  • gestione dei sedimenti;
  • effetti sugli ecosistemi fluviali e costieri;
  • consumo di suolo;
  • benefici effettivi in termini di sicurezza e disponibilità d’acqua;
  • possibili alternative con minori costi e impatti.

Una strategia che non punti solo sui nuovi invasi

Per Legambiente la gestione dell’acqua deve mettere insieme diversi strumenti. Tra questi ci sono nuovi invasi, ma soltanto dove realmente necessari, insieme alla riduzione delle perdite delle reti, alla manutenzione delle infrastrutture esistenti, al risparmio e al riuso dell’acqua.

L’associazione indica inoltre la necessità di una gestione sostenibile delle falde, di pratiche agricole adeguate alla reale disponibilità della risorsa, di una maggiore capacità dei territori di trattenere l’acqua, della rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e del recupero delle aree di espansione.

«Basta politiche schizofreniche»

Nel comunicato Legambiente definisce necessario superare la contrapposizione tra politiche contro le alluvioni e interventi contro la siccità.

Da una parte, osserva l’associazione, si tende ad accelerare il deflusso dell’acqua durante le precipitazioni. Dall’altra, quando arriva la siccità, si punta a trattenere e distribuire l’acqua attraverso nuovi invasi e infrastrutture.

Per Legambiente questa non è una strategia. Serve invece una gestione capace di rallentare, trattenere, infiltrare, accumulare e utilizzare l’acqua dove e quando necessario, mantenendo la funzionalità degli ecosistemi.

«La sfida è costruire una strategia comune»

La posizione dell’associazione è quindi quella di una pianificazione regionale che consideri l’acqua come un unico ciclo, dal crinale fino al mare.

Le alluvioni del 2023 e del 2024, sostiene Legambiente, devono diventare l’occasione per ripensare complessivamente il modo in cui il territorio gestisce la risorsa idrica, senza utilizzarle soltanto come motivazione per realizzare nuove opere.

La conclusione del documento guarda all’intera Romagna: la sfida, per Legambiente, non è costruire un’opera per ogni corso d’acqua, ma una strategia comune capace di tenere insieme sicurezza dei territori, disponibilità idrica, agricoltura, tutela degli ecosistemi, gestione dei sedimenti ed erosione costiera.

«Prima di costruire, bisogna dimostrare che quella sia davvero la soluzione migliore», conclude l’associazione.

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