a cura di Gianni Briganti

Gianni Briganti

Come illustrato nella prima parte dell’articolo (clicca qui per leggerlo) Galileo si trova a transitare per Cesena nell’agosto del 1592 durante il suo viaggio da Pisa a Monte Baroccio, località a 20 km da Pesaro.

Le tracce in merito al passaggio sono avare di testimonianze e non possiamo far altro che tentare di raccogliere e mettere insieme i pochi frammenti disponibili. La corrispondenza di Galileo del 1592 non ci aiuta dato che quella oggi disponibile salta dal 21 febbraio, con la già citata lettera ricevuta da Guidobaldo dal Monte, al 3 settembre, con una lettera scritta da Vincenzo Pinelli ovvero la persona che lo introdurrà tra i notabili di Padova. Ci viene invece in aiuto la cronologia galileiana riportata su Vita di Galileo, di Bertolt Brecht, che cita per l’anno 1592: “Agosto – Si reca a Cesena e vi fa la conoscenza personale con Scipione Chiaramonti”. Aggiunge l’enciclopedia Treccani, citando una corrispondenza di decenni successivi, come Galileo lo definì “molto intendente delle matematiche”; il Chiaramonti non era invece della reciproca opinione e anzi venne definito “poco amico dell’opinioni del Sig.r Galileo” in un eufemismo ad opera dell’ambasciatore Nicolini, se non più direttamente “il più accanito ed il più molesto” oppositore di Galileo da Antonio Favaro nella sua opera di inizio ‘900.

Sergio Pagano, ne “I documenti Vaticani del processo di Galileo Galilei” descrive il Chiaramonti come “dotato di ingegno brillante fin da giovane, educato nel solco della filosofia aristotelica di cui sarà sempre difensore (…), laureato in filosofia a Ferrara nel 1592”. E’ il giovane rampollo di una notabile famiglia di Cesena che, come il cognome suggerisce, darà alla luce nei secoli successivi tal Barnaba Chiaramonti, meglio noto come papa Pio VII. La difesa della filosofia aristotelica, a cui seguirono le idee tolemaiche del geocentrismo, sarà causa di attrito nei confronti delle idee di Galileo che col tempo diverranno sempre più eliocentriste. Sono state rinvenute diverse lettere critiche del Chiaramonti indirizzate a Galileo ma non sono mai state ritrovate le relative risposte; si pensa forse per mancanza di attitudine del Chiaramonti a conservare la corrispondenza, forse a causa dello smarrimento delle stesse durante il trasloco della famiglia o forse perché Galileo, più semplicemente, mai rispose alle sue invettive.

Nel 1870 tal Targioni Tozzetti, nello specifico in “Atti e memorie inedite dell’accademia del cimento”, riporta quanto segue parlando dei detrattori di Galileo: “(…) Fra questi inumani peripatetici, merita il primo luogo Scipione Chiaramonti di Cesena (…), stato di prima contraddittore, e nemico del Galileo, il quale non mancò dal canto suo di contribuire quanto potè alla rovina di Galileo, non con altro fine che di sfogare la sua invidia professorale. Egli aveva già nel 1621 pubblicato in Venezia un libro intitolato Antitycho, e nel 1626 ve ne pubblicò un altro (…). Siccome poi il Galileo aveva messi in ridicolo questi libri del Chiaramonti, egli volle sostenere le sue opinioni, e per meglio sfogare il suo mal d’animo colse il tempo che il Galileo pericolava (ovvero quando Galileo cominciò ad avere seri problemi con il Sant’Uffizio o Santa Inquisizione, n.d.r.), e pubblicò il seguente libro in volgare affinchè tutti lo potessero leggere: Difesa di Scipione Chiaramonti da Cesena al suo Antiticone (…)”. Com’è noto, le sue tesi troppo innovative e soprattutto troppo scomode per il papato causeranno al genio pisano problemi a vario titolo contro le vergognose accuse della Santa Inquisizione che lo porteranno all’abiura, ovvero alla pubblica negazione delle sue teorie, e agli arresti domiciliari al solo scopo di salvarsi la vita ed evitare la fine toccata, per motivazioni analoghe, a Giordano Bruno, arso vivo il 17 febbraio 1600 in piazza Campo de’ Fiori, a Roma, sotto Clemente VIII.

Tornando al passaggio di Galileo a Cesena, c’è da credere che non sia stata una mera sosta di poche ore. E’ riportato ne “Le vite dei Cesenati, vol.2” a cura di Pier Giovanni Fabbri un documento del 1864 di Gargano Gargani, descritto come amico del grande poeta Carducci, e di tal Robusto Mori, medico primario di Cesena. Il documento è proprio una lettera di Gargani al Carducci che a un certo punto cita quanto segue: “In questi dì, frugando negli archivi qui in Cesena, son riuscito assieme al professor Mori di ricordare il Galileo, trovando la casa che l’ospitò nel 1592. Si guarda se si può concertare per riuscire ad apporvi un cartello, cosa tutta nuova nella città che non ha neppure memoria in marmo”. Non sono riuscito a risalire a quale fosse la casa citata e non ne ho trovata altra traccia, né in citazioni bibliografiche né in rete. Tuttavia probabilmente la risposta, ammesso che non sia già nota ad alcuni, è nascosta all’interno degli archivi della Biblioteca Malatestiana. Si legge infatti poco prima: “(…) agli inizi di gennaio 1866, il Comune (di Cesena, n.d.r.) affidò la direzione della biblioteca ai componenti della Soprintendenza alle scuole; tra essi il professor Robusto Mori accettò di tenere le chiavi delle biblioteche garantendo un orario minimo di apertura”.

Volendo ragionare sempre per ipotesi è possibile che la casa di Cesena onorata della presenza di Galileo fosse proprio quella di Jacopo Mazzoni, il collega cesenate all’Università di Pisa di cui era diventato grande amico. Dobbiamo infatti ricordare come Galileo fosse al tempo in gravi difficoltà economiche nonché primogenito orfano di padre, situazione che faceva pesare su di lui il mantenimento della famiglia. Non stupirebbe se avesse organizzato in economia questo viaggio da Pisa a Pesaro approfittando dell’ospitalità dell’amico, sosta accompagnata che gli avrebbe dato anche la possibilità di conoscere personaggi cesenati di rilievo come appunto lo Scipioni, cosa che l’anonimo alloggio in una bettola non avrebbe probabilmente permesso. Riferisce a questo proposito la Treccani di come il Mazzoni fosse proprietario di una villa sul Savio ereditata dal padre deceduto nel 1567, ma soprattutto di come questi trascorresse “le estati, libere dagli incarichi universitari, in patria, nella villa sulla riva del Savio”. Proprio come, probabilmente, nell’agosto 1592.

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Alessandro Mazza

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