Il 5 agosto il PUN Index rilevato dal Gestore dei Mercati Energetici ha toccato 207,84 euro per megawattora, il 7% in più rispetto al giorno precedente e il valore più alto dalla fine del 2022. Nella settimana fra il 27 luglio e il 2 agosto la media all’ingrosso era già a 177,16 euro. Sul fronte finale, l’Istat ha registrato a luglio un aumento annuo del 14,9% per gli energetici regolamentati e del 10,6% per quelli del mercato libero, in un mese di inflazione ferma al 2,8%.
Dietro quei numeri c’è soprattutto il caldo. Terna ha misurato il 15 luglio un picco di domanda di 57.985 megawatt fra le 15 e le 16, a poco più di due gigawatt dal record del luglio 2015, e a giugno la richiesta nazionale aveva toccato 28.034 gigawattora, il valore più alto per quel mese negli ultimi dieci anni. Il raffrescamento domestico è una quota rilevante di quella curva. E se da un lato va detto che avere un impianto in salute è fondamentale per garantire efficienza di funzionamento, è altrettanto vero che la verifica da fare è sul contratto in essere: rivolgersi a un comparatore come Facile.it, che oltre al confronto tra i fornitori riserva anche un programma fedeltà che premia con buoni acquisto da 50€, permette di confrontare le tariffe luce e gas disponibili e leggere il prezzo effettivo applicato al chilowattora permette di capire quanta parte della bolletta di agosto dipende dal condizionatore e quanta dalla fornitura. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Da 9.000 BTU a chilowattora: quanto costa un’ora di fresco
Un mono-split da 9.000 BTU dichiara una resa frigorifera di circa 2,64 chilowatt: i BTU per ora misurano il calore sottratto all’ambiente, non l’elettricità consumata. Quanta ne assorbe dipende dall’efficienza della macchina. Una unità inverter di classe elevata, con indice stagionale attorno a 8,5, assorbe in media circa 0,31 chilowatt, cioè poco più di 0,3 chilowattora ogni ora di funzionamento. Un vecchio apparecchio on/off, che lavora sempre a piena potenza e si spegne al raggiungimento della temperatura, si colloca su un’efficienza stagionale vicina a 2,8: circa 0,94 chilowatt assorbiti, tre volte tanto.
Al prezzo del terzo trimestre 2026 per i clienti vulnerabili in tutela, che ARERA ha fissato a 0,3163 euro per chilowattora dopo un rialzo del 4,6%, la differenza si legge subito. L’inverter costa attorno a 10 centesimi l’ora, il vecchio split circa 30. Su una stagione di sei ore al giorno per cento giorni, il primo consuma poco meno di 190 chilowattora, per una spesa vicina ai 60 euro; il secondo supera i 560 chilowattora e i 175 euro. Con due split accesi, il divario stagionale supera i duecento euro. Il consumo annuo stampato sull’etichetta è invece calcolato su 350 ore convenzionali: in un’estate con notti che a luglio non sono scese sotto i 25 gradi, quelle ore si esauriscono a metà agosto.
SEER ed EER: cosa dice l’etichetta energetica e cosa lascia fuori
I due indici che compaiono sulla scheda tecnica non sono intercambiabili. L’EER è il rapporto fra resa frigorifera e potenza assorbita misurato in un singolo punto di funzionamento, a pieno carico e in condizioni di prova standard. Il SEER è un valore stagionale: pesa il rendimento a carico parziale, cioè la condizione in cui un climatizzatore passa la maggior parte del tempo, e conteggia anche il consumo in stand-by. È il SEER a determinare la classe energetica secondo il regolamento delegato UE 626/2011, che per i mono-split fissa la soglia della A+++ oltre 8,5, colloca la A++ fra 6,1 e 8,5, la A+ fra 5,6 e 6,1 e la B fra 4,6 e 5,1.
La distanza fra gli estremi non è marginale: secondo la guida ENEA alla climatizzazione estiva un apparecchio di classe A+++ arriva a consumare fino al 40% in meno di uno di classe B a parità di prestazione. Il dettaglio che sfugge a chi compra è un altro. Il SEER dichiarato si realizza solo se la macchina lavora davvero a carico parziale: un inverter molto sovradimensionato rispetto al volume da raffrescare scende sotto la soglia minima di modulazione del compressore e torna a comportarsi come un on/off, accendendosi e spegnendosi di continuo. È lo scenario in cui un apparecchio di classe altissima produce bollette da classe media.
Ogni grado in meno si paga: termostato, umidità e filtri
Il carico termico che il climatizzatore deve smaltire è all’incirca proporzionale alla differenza fra temperatura esterna e temperatura interna. Con 34 gradi fuori, passare da 26 a 24 allarga il salto termico da 8 a 10 gradi, cioè aumenta il carico di circa un quarto. A questo si somma un effetto meno intuitivo: abbassando la temperatura di evaporazione il compressore perde rendimento, quindi cresce il consumo per ogni unità di calore rimossa. È la ragione per cui ENEA indica in 26 gradi la soglia da non superare verso il basso, ricordando che un ventilatore a soffitto fa percepire fino a 3 gradi in meno senza toccare il termostato.
L’umidità pesa allo stesso modo. Condensare un chilogrammo di vapore acqueo richiede circa 2.450 chilojoule, energia che la macchina spende senza che il termometro si muova: dove l’aria umida arriva dalla costa, la quota latente del carico può valere un terzo del totale. La modalità deumidificazione riduce la portata d’aria e fa lavorare il compressore a giri bassi per massimizzare la condensa sulla batteria, e in molte giornate basta a rendere l’ambiente vivibile con un assorbimento più contenuto. Non è però gratuita: se la si tiene accesa il doppio delle ore, il risparmio sparisce. Sulla manutenzione i numeri sono netti: un impianto trascurato, con filtri sporchi e batteria incrostata, arriva a consumare fino al 30% in più rispetto ai valori di targa, perché lo scambio termico peggiora e il compressore resta acceso più a lungo. ENEA raccomanda anche 30-50 centimetri liberi attorno all’unità esterna e tapparelle abbassate nelle ore diurne, accorgimento che taglia l’ingresso di energia solare fino all’80%.
C’è infine un vincolo che si manifesta in modo brusco. La potenza impegnata standard di un contatore domestico è di 3 chilowatt, con distacco automatico oltre i 3,3. Due split in avviamento contemporaneo assorbono già quasi due chilowatt: basta il forno acceso perché il contatore stacchi. Salire di potenza costa, secondo i valori ARERA, un contributo una tantum di un centinaio di euro e circa 26 euro l’anno di quota fissa per ogni chilowatt aggiuntivo.
Fotovoltaico e prezzo del chilowattora: dove si chiude il conto
Chi ha un impianto fotovoltaico gode di una coincidenza favorevole. La produzione solare culmina fra le 12 e le 15, le ore in cui il condizionatore lavora di più: a giugno il fotovoltaico italiano ha prodotto il 15,7% in più dell’anno precedente, con 46.606 megawatt installati a fine primo semestre. La sovrapposizione non è però perfetta. Il picco di domanda misurato da Terna cade fra le 15 e le 16, quando la curva solare sta già scendendo, e l’inerzia termica degli edifici sposta il fabbisogno verso la sera: sono le ore in cui l’autoconsumo diretto crolla e, senza accumulo, si torna a prelevare dalla rete quando l’energia costa di più.
Resta l’ultima variabile, quella che nessun intervento sull’apparecchio può correggere. A parità di ore di funzionamento e di macchina, i chilowattora consumati sono gli stessi: a cambiare l’importo finale è il prezzo unitario scritto nel contratto. Nella tariffa di tutela del terzo trimestre la sola componente materia energia vale 0,1903 euro dei 0,3163 complessivi, mentre il resto sono trasporto, oneri di sistema e imposte, voci uguali per tutti.






