A un giorno dalla sentenza sul caso Da Vinci, Roberto Buda interviene sul caso che ha tenuto banco negli ultimi anni. E non manca di intervenire sulla sua ipotetica candidatura su cui ancora rimane un punto interrogativo. L’intervista ripercorre la vicenda e non risparmia qualche sassolino che, nel suo dolce day-after, l’ex sindaco di Cesenatico si leva dalle scarpe.

Roberto Buda, qual è la prima cosa a cui ha pensato dopo la lettura della sentenza di assoluzione?

“Mi sono venuti in mente i miei genitori che, soprattutto nell’ultimo periodo, non hanno trascorso momenti facili. Sono più di cinque anni che, con tutti i loro problemi di salute, condividono con me le ansie e le paure di questa incredibile vicenda giudiziaria. Soprattutto con l’intensificarsi delle udienze, con i titoli dei giornali che riportavano dettagli e richieste di condanna, ultimamente li ho visti molto provati. Per questo, appena il giudice ha letto la sentenza di assoluzione ho subito pensato a loro e, ovviamente, alla mia famiglia”.

In caso di condanna la sua vita e quella dei suoi cari sarebbe cambiata…

“E non di poco. Infatti devo ringraziare, in particolare, mia moglie che, in questo ultimo periodo, ha fatto grandi sacrifici. Io ero a posto con la mia coscienza, ma entrambi eravamo molto preoccupati perché io ho uno stipendio da insegnante, noi non navighiamo nell’oro e le richieste delle parti civili erano molto elevate. Quindi un grazie a lei e anche ai miei figli che, in questi anni, mi sono sempre stati accanto”.

Intanto, però, semplicemente per difendersi, ha dovuto spendere cifre importanti…

“Non un’enormità per fortuna perché il mio avvocato (Mauro Valgimigli, ndr), che oltre ad essere un professionista incredibile è anche una bravissima persona, si è sempre e solo accontentato delle spese vive. Un conto ben più salato, invece, lo dovranno pagare la Regione, la Provincia ed il Comune di Cesenatico che, costituendosi parti civili, adesso dovranno spendere i soldi della collettività per pagare le parcelle dei loro legali. Si tratta di decine di migliaia di euro buttati per niente”.

 
 
 
 

A proposito, si aspettava che il Comune di Cesenatico si costituisse parte civile?

“Diciamo che questa cosa mi ha amareggiato parecchio. Nell’accordo di programma – ed è scritto anche nella legge regionale – l’aspetto prioritario è sempre stato la riqualificazione alberghiera e dunque, di fronte ad una struttura così bella come il Grand Hotel da Vinci, con quale coraggio si può parlare di ‘danno d’immagine’ per la città? In tutta questa vicenda io ho sempre ragionato ed agito con l’obiettivo di regalare a Cesenatico un grande albergo e di riqualificare una zona da troppo tempo ostaggio del degrado e della sporcizia. Se avessi detto al povero Tonino Batani che avrei dovuto variare l’accordo andando in consiglio comunale per l’approvazione e che dunque avrebbe dovuto attendere almeno altri due anni per i permessi, sono sicuro che lui avrebbe costruito il Da Vinci in un altro comune. E’ per questo che, pur nel rigoroso rispetto delle regole, abbiamo trovato un’altra strada che non privasse Cesenatico di quel meraviglioso progetto”.

La costituzione di parte civile da parte di Regione Provincia e Comune le è sembrata dunque una decisione politica?

“Assolutamente sì perché non c’erano le condizioni per quell’atto. Addirittura, voglio ribadirlo, Regione e Provincia hanno chiesto i danni morali, come se il Grand Hotel da Vinci fosse un’onta e non una risorsa per la nostra città. Insomma, si è trattato di un atto chiaramente strumentale”.

grand hotel da vinci

La richiesta danni del Comune, però, era incentrata, in primis, sulla mancata realizzazione del parcheggio e del centro congressi…

“Posso capirlo, ma io a garanzia di quei progetti avevo chiesto un milione e passa di fideiussione e dunque c’erano tutte le garanzie economiche del caso. A tal proposito, è lecito domandarsi per qualche ragione il sindaco Gozzoli, che quella fideiussione ce l’ha avuta in cassa per cinque anni, non l’abbia mai escussa. La situazione è rimasta tale e quale al 2016 e non mi risulta che Gozzoli, in questi anni, abbia fatto il parcheggio o abbia preteso dalla proprietà la costruzione del centro congressi. Per cui mi pare perlomeno colpevole quanto me e forse anche di più perché ha avuto molti più anni per realizzare quelle opere”.

In tutta questa vicenda, anche con il senno di poi, avrebbe potuto essere più prudente? In altre parole ha qualcosa da rimproverarsi?

“Mah, senza dubbio ragionerei in maniera un po’ più approfondita su quel famoso decreto del collegio di vigilanza che firmai nel gennaio del 2013. Lo feci con la consapevolezza che, in quella fase, per non bloccare il progetto, bisognava un po’ forzare la mano. Nulla di illegale, come documenta la sentenza, ma solo un modo per evitare, in totale buona fede, nuove cavillose lungaggini burocratiche. Non sono un tecnico e quindi, di fronte alla richiesta di modifica del progetto presentata da Batani, chiesi un parere a Vittorio Foschi, all’architetto della Regione Gabrielli e a quello della Provincia Castagnoli. Tutti mi garantirono che, non cambiando le misure e non aumentando i volumi, si trattava di una modifica ‘non sostanziale’ e che dunque non c’era la necessità formale di modificare l’impianto originario dell’accordo. In virtù di quei pareri favorevoli, il 15 gennaio del 2013, al termine di una riunione, l’architetto Foschi confezionò un documento in cui l’organo di vigilanza, che faceva capo al sottoscritto, si assumeva la piena responsabilità giuridica di quella modifica. Ecco, poiché quell’atto (che il piemme ha definito ‘eversivo’) alla fine non aveva alcun valore e serviva soltanto agli uffici per cautelarsi da eventuali conseguenze giuridiche, con il senno di poi, forse quella firma – messa con coraggio – avrei potuto evitarla e tutelarmi un po’ meglio, magari redigendo un semplice verbale anziché un vero e proprio decreto”.

Rispetto a questa vicenda, qual è stato l’atteggiamento dei tecnici del Comune?

“Mi sono sempre rifiutato di pensare che alcuni di loro fossero politici e dunque mi limiterò a dire che, negli uffici comunali, ogni qual volta un imprenditore presenta un progetto un po’ ambizioso, c’è sempre troppa paura. Il fatto è che, di fronte a certe vicende, la Procura interviene immediatamente e dunque, quando si esce dall’ordinaria amministrazione, prima di mettere una firma, un tecnico ci pensa cento volte. A volte, per non vanificare investimenti preziosi per la città, ci vorrebbe maggiore coraggio anche perché le maglie della legge sono larghe e dunque, scegliendo gli strumenti più idonei, si può far risparmiare all’imprenditore molto tempo. Il Grand Hotel da Vinci è nato in un contesto di paura esagerata e, senza un’amministrazione coraggiosa, probabilmente sarebbe ancora sulla carta”.

Questo genere di vicende dovrebbe indurre le persone a dire “mai più in politica”. E invece nel suo caso…

“Diciamo che, nel mio caso, sto riflettendo. In effetti, tutte le persone che mi vogliono bene provano a dissuadermi ed io stesso mi chiedo, a volte, che senso avrebbe tornare in politica”.

E invece, a quanto pare, un senso c’è visto che la sua candidatura resta sul tavolo…

“Vedremo. Adesso voglio godermi un po’ questi giorni e poi, anche in considerazione del fatto che probabilmente si voterà ad ottobre, prendermi tutto il tempo che serve per arrivare ad una scelta il più ponderata possibile. Una cosa però voglio dirla: anche nel caso in cui decidessi di non fare il sindaco resterei comunque in politica, magari candidandomi con la mia lista civica per un posto di consigliere comunale. Penso che la mia ormai ventennale esperienza politica possa essere utile a tutti, soprattutto in questa nuova fase in cui, finalmente, il centro-destra si ripresenterà compatto alle elezioni”.

Un’ultima cosa: dopo l’assoluzione il sindaco Gozzoli l’ha chiamata?

“No, ho ricevuto la telefonata, molto gradita, di un ex sindaco di Cesenatico, ma da Matteo, per il momento, neppure un messaggino”.

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