Targhe sbiadite e revisioni bocciate: la stangata silenziosa sulle vecchie auto
Quando il sole e il tempo cancellano la rifrangenza
Un tempo la regola fondamentale era semplice e pragmatica: la targa doveva essere perfettamente visibile e leggibile. Oggi, nei centri di revisione, la nitidezza dei caratteri a occhio nudo non basta più. Sempre più automobilisti si vedono respingere la verifica periodica a causa di un difetto impercettibile di giorno: la perdita della pellicola catarifrangente.
I supporti delle targhe, esposti per anni a pioggia, gelo e al calore estivo oltre i 40 gradi, subiscono un inevitabile degrado dei materiali. Con il tempo la superficie plastificata si sfarina, si spella o perde le sue proprietà riflettenti. Di fronte ai controlli a campione della Motorizzazione Civile, i revisori non possono più chiudere un occhio: se la targa non supera il test di rifrangenza sotto la luce dei macchinari, la revisione viene sospesa.
Un salasso da 250 euro tra nuova targa e libretto
A questo punto scatta la trappola burocratica. Non esiste una procedura per ripristinare il solo rivestimento o sostituire la singola targa mantenendo la stessa sigla: l’unica via legale è la completa reimmatricolazione del veicolo. Il proprietario si trova così costretto ad acquistare nuove targhe (con conseguente cambio di numerazione) e a pagare il rifacimento del documento unico di circolazione.
Senza contare le inevitabili incombenze collaterali: dalla variazione della polizza assicurativa al rinnovo del pass ZTL. Tradotto: altri soldi e nuova burocrazia per vetture spesso datate, il cui valore di mercato supera di poco la somma delle spese appena affrontate.
Il conto totale s’aggira tra i 230 e i 250 euro. Per chi possiede un’utilitaria datata ma perfettamente funzionante, dal valore commerciale di poche centinaia di euro, la spesa incide pesantemente sul bilancio familiare. Una vera e propria “tassa sull’invecchiamento” che colpisce in modo sproporzionato chi non ha le risorse economiche per acquistare un mezzo recente.
Di chi è la responsabilità dell’usura?
La questione solleva dubbi di iniquità strutturale. Le targhe sono prodotte dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato secondo specifici standard omologativi. Come può l’automobilista essere ritenuto responsabile del deterioramento chimico di una pellicola esposta per dieci o vent’anni alle intemperie?
Finché non si troverà una soluzione amministrativa che permetta la duplicazione o il ripristino del supporto a costo calmierato, la catarifrangenza svanita continuerà a tradursi nell’ennesima spesa forzata a carico dei cittadini, spingendo persino qualcuno a cercare scorciatoie o espedienti borderline sul web pur di superare il controllo.
La disparità di trattamento tra centri
Emerge con chiarezza. Sul sito dell’Unione dei Consumatori un utente scrive che la targa CY della sua Ford Focus del 2005 si sta spellando in maniera vistosa ma all’ultima revisione non gli hanno fatto storie, pur temendo problemi in futuro. Nello stesso spazio si accumulano segnalazioni su targhe con lettera iniziale E immatricolate nel 2013, targhe DH del 2007, e persino una moto del 2018 con lettere già scolorite dopo tre anni di garage — cioè lotti sospettati di difetto di fabbrica. Unione dei ConsumatoriUnione dei Consumatori
Il nodo: nessuna riparazione è legale
Su tingavert la sintesi è netta: ri-pellicolare artigianalmente verrebbe considerata manomissione o alterazione, mentre girare con la targa così espone a sanzioni; l’articolo 102 del CdS parla espressamente di targa deteriorata. Sul forum Cinquecentisti lo stesso concetto: la targa non si può riparare e, non essendo duplicabile in Italia, va reimmatricolata con oneri “da ladrocinio”, visto che la targa in sé costa una sciocchezza. Su ilpuntomanutenzione c’è chi ricorda che la targa è a tutti gli effetti un documento come una carta d’identità, quindi ogni ritocco è illecito, con conseguenze molto più gravi per chi materialmente esegue la manomissione.







