La vendemmia e il vino di Romagna
di Radames Garoia
In collaborazione con l’Associazione Istituto Friedrich Schürr
In campagna, settembre è, ed è sempre stato il mese della vendemmia. Poco prima della raccolta dell’uva si bagnavano i tini e le botti di rovere, per portarli a “tenuta stagna”. Nel nostro piccolo podere avevamo tre filari di uva di diversi tipi che solo più tardi ho imparato essere albana e trebbiano (uva bianca), cagnina e uva fragola (uva nera). Ad essere più esatti, vi era un filare in cui era presente un “mescolone” di varietà, fragola, balsamina, due viti di uva da tavola, un po’ di sangiovese ed un’uva bianca resistente alle intemperie, che probabilmente era Pagadebit (con il senno di poi).
Vino, un fabbisogno familiare
La produzione che si otteneva (solo per uso familiare) era semplicemente vino bianco (bé biânch) e vino rosso (bé ross). Nella bassa pianura non esisteva ancora la cultura del vino, già rispettata nella fascia collinare della Romagna ed in particolare nel bertinorese, da sempre vocato alla produzione di vini di qualità. Da noi, e quando dico noi, intendo gli abitanti e contadini della campagna di pianura, si preferiva la quantità alla qualità, poiché la produzione ottenuta doveva soddisfare il fabbisogno familiare. Era anche merce di scambio per compensare manodopera prestata nei lavori dei nostri campi da parenti, vicini di casa e braccianti.
La cagnina
Appena la cagnina era matura (a fine agosto, se l’estate era stata particolarmente calda), si faceva “il mastello”. In un contenitore di legno alto, quasi cilindrico, della capacità di circa cinquanta-sessanta litri (il mastello, appunto) si mettevano, fino ad una altezza di tre quarti i grappoli più maturi di cagnina ed il babbo entrava in questo piccolo contenitore e pigiava coi piedi scalzi i grappoli d’uva per ottenere il mosto. Essendo la base di sezione più piccola, due piedi adulti faticavano a lavorare contemporaneamente in parallelo, era facile perdere l’equilibrio e ci si poteva rovesciare se non ci si appoggiava a qualcosa di ben stabile: e fu così che, appena più che bambino mi metteva dentro al mastello a pigiare la cagnina. Era una grande emozione! Era il primo vino che si otteneva e si beveva che non era ancora maturo, (a volte allungato con acqua, e’ ciarël).
La vendemmia vera e propria
Nei giorni successivi vi era la vendemmia vera e propria: si raccoglieva l’uva dalle viti e si metteva in grandi cassette rettangolari che una volta piene necessitavano delle braccia di due persone per essere trasportate nell’aia di casa. Si disponeva la pigiatrice (svinarôla) sul tino ed in essa si trasferiva l’uva raccolta mentre una persona a piedi nudi, coi pantaloni arrotolati sopra al ginocchio (ringumblé) stava a pigiare, mentre il liquido scendeva nel tino. Poi si apriva una botola laterale nella pigiatrice e la vinaccia lo raggiungeva andando a formare il mosto.
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