Crisi idrica in Emilia-Romagna, Legambiente: “Prima l’acqua per il territorio, poi le piscine per i turisti”

La siccità è tornata a mettere sotto pressione la pianura padana. A quattro anni dalla grave emergenza idrica dell’estate 2022, l’Emilia-Romagna si trova di nuovo a fare i conti con una situazione critica, mentre a Rimini si discute dell’autorizzazione a nuove biopiscine sul litorale. Legambiente Emilia-Romagna interviene con un comunicato stampa per denunciare quella che definisce una contraddizione tra la scarsità della risorsa idrica e le scelte urbanistiche legate al turismo balneare.

Il Po ai minimi storici, il cuneo salino avanza

Il segnale d’allarme più evidente arriva dal livello del fiume Po a Pontelagoscuro, nel Ferrarese, dove la portata è scesa a circa 313 metri cubi al secondo, contro una media storica di circa 1.500. L’Autorità di bacino ha innalzato il livello di severità idrica da “medio” ad “alto”. Nel frattempo il mare continua a risalire l’alveo del fiume: il cuneo salino ha già raggiunto circa 25 chilometri dalla foce, mettendo a rischio i terreni agricoli e l’irrigazione nel delta del Po. Oltre cento comuni tra Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna segnalano difficoltà negli approvvigionamenti idrici, in alcuni casi con il ricorso alle autocisterne.

Il fenomeno della risalita del cuneo salino non riguarda solo il Po: interessa anche altri corsi d’acqua romagnoli, dal Bevano al Lamone, dal Savio al Reno, con possibili ricadute sulla produttività agricola e sulla qualità delle risorse idriche disponibili.

I dati ARPAE su piogge e consumi irrigui

A giugno, secondo i dati ARPAE, in Emilia-Romagna sono caduti in media 27,9 millimetri di pioggia, contro un valore mediano di 79,8 millimetri calcolato sul periodo 1991-2020. Si tratta di un deficit superiore al 75%, che configura una condizione di siccità estrema. Allo stesso tempo, il caldo e la scarsità di precipitazioni hanno fatto crescere la domanda irrigua delle aziende agricole, stimata da ARPAE in aumento del 40% rispetto alla media.

Il dibattito su nuovi invasi e canali

Nonostante il quadro, il dibattito politico regionale torna a concentrarsi sulla realizzazione di nuove infrastrutture idriche. In Romagna si discute di un nuovo invaso, pur essendo già operativa la diga di Ridracoli, costruita nel 1982 e tuttora fondamentale per l’approvvigionamento idropotabile di buona parte del territorio regionale, con una capacità di circa 33 milioni di metri cubi. È inoltre allo studio un nuovo canale di derivazione lungo circa 1,2 chilometri, destinato a trasferire acqua dal fiume Rabbi alla diga di Ridracoli, in un’area di pregio ambientale all’interno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi.

Le nuove biopiscine sul litorale di Rimini

Il nodo sollevato da Legambiente riguarda in particolare la variante al Piano dell’arenile del Comune di Rimini, che consentirebbe anche alle “micro-aggregazioni” di stabilimenti balneari di realizzare biopiscine fino a 100 metri quadrati e terrazze panoramiche, con l’obiettivo dichiarato di “andare incontro alle mutate esigenze del turista”.

Francesco Occhipinti, direttore di Legambiente Emilia-Romagna, non contesta il principio dell’innovazione turistica, ma chiede una scala di priorità:

«Non siamo contrari al turismo, alla riqualificazione degli stabilimenti balneari o alla possibilità di innovare l’offerta turistica, ma davanti a una crisi climatica dobbiamo avere il coraggio di stabilire delle priorità. Mentre il Po è in sofferenza, il cuneo salino avanza e agli agricoltori viene chiesto di fare i conti con il blocco dei prelievi, autorizzare nuove piscine sul litorale di Rimini appare una scelta quantomeno miope».

Per Occhipinti il tema non è demonizzare una singola biopiscina, ma interrogarsi su quale modello di sviluppo si vuole costruire per il territorio, in un contesto in cui ogni nuova domanda di acqua ed energia — tra consumi, sistemi di riempimento e reintegro, evaporazione e costi di gestione — dovrebbe essere valutata dentro una pianificazione complessiva.

“Il paradosso delle piscine mentre il territorio ha sete”

Occhipinti usa l’immagine delle “rane bollite” per descrivere il rischio di normalizzare progressivamente una crisi che si aggrava di anno in anno:

«Il paradosso sarebbe progettare piscine per rinfrescare i turisti mentre il territorio circostante soffre per la mancanza d’acqua […] Il punto non è scegliere tra turismo e ambiente: dobbiamo costruire un modello turistico capace di adattarsi alla crisi climatica, non di ignorarla».

La richiesta di Legambiente: una pianificazione di lungo periodo

Legambiente chiede alla Regione e agli enti locali di superare la logica dell’emergenza, fatta di annunci di nuove dighe, invasi, canali e strutture turistiche senza una strategia unitaria. Le priorità indicate riguardano manutenzione e ammodernamento delle reti idriche, recupero e riuso delle acque già utilizzate, sistemi di accumulo sostenibili e una gestione della risorsa basata sulle quantità effettivamente disponibili.

Occhipinti chiude il suo intervento con un appello diretto all’amministrazione riminese: «Rimini ha bisogno di una politica capace di guardare oltre la prossima stagione turistica, perché il cambiamento climatico non aspetta il prossimo Piano dell’arenile e la crisi idrica non si risolve con una terrazza panoramica».

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