qualche giorno fa, abbiamo pubblicato una vecchia foto della torre malatestiana alle porte di Cesenatico, oggi raccontiamo una storia che tutti, a Cesenatico, conoscono almeno per sentito dire: la storia della torre pretoria abbattuta dagli inglesi nel porto il 2 maggio del 1809. È uno di quegli episodi che si tramandano più per suggestione che per documentazione: un lampo di cannoni, una fortificazione che crolla, e poco altro. Quello che manca, quasi sempre, è il racconto di come le cose andarono davvero — perché quel giorno, nel porto canale, si consumò un’azione militare vera e propria, con tanto di rapporto ufficiale firmato dal comandante britannico che la condusse.
Le guerre napoleoniche nell’Adriatico, uno scacchiere dimenticato
Nel 1809 l’Adriatico non era certo il fronte più citato nei libri di storia dedicati all’epopea napoleonica, ma era tutt’altro che tranquillo. Con l’Italia settentrionale e centrale sotto il controllo di Napoleone attraverso il Regno d’Italia, i porti della costa romagnola — Cesenatico compreso — erano diventati snodi strategici per il commercio marittimo che riforniva le truppe francesi e i loro alleati, oltre che scali per il naviglio mercantile diretto verso Venezia.
La Gran Bretagna, che dominava i mari grazie alla Royal Navy, rispose con una strategia di blocco e di incursioni mirate lungo tutta la costa adriatica, dall’Istria alla Puglia. Le fregate britanniche pattugliavano le acque, intercettavano il naviglio da trasporto e, quando le condizioni lo permettevano, entravano direttamente nei porti fortificati per distruggere le difese costiere e catturare o affondare le imbarcazioni ancorate. Cesenatico, con il suo porto canale ben difeso da una batteria e da una torre, era un bersaglio logico: abbastanza importante da custodire un discreto traffico di merci, non abbastanza fortificato da resistere a un attacco condotto con decisione.
Il raid dello Spartan e del Mercury
L’avvicinamento e lo sbarco
Fu in questo contesto che, il 2 maggio 1809, due navi da guerra britanniche — la fregata Spartan, al comando del capitano Jahleel Brenton, e la Mercury, comandata dal capitano Henry Duncan — inseguirono due vascelli fin dentro il porto di Cesenatico. L’ingresso, come riportò lo stesso Brenton nel suo dispaccio, era «assai stretto» e difeso da una batteria di due cannoni da ventiquattro libbre e da un castello, ovvero la torre. Accortosi che nel porto erano ormeggiate anche numerose altre imbarcazioni, Brenton decise di tentare la cattura dell’intero naviglio presente.
Il problema, subito evidente, fu la profondità dei fondali: la costa era talmente bassa che le due navi disponevano di appena cinque braccia d’acqua, una distanza che le teneva ben fuori dalla portata dei cannoni della torre ma che rendeva impossibile un avvicinamento diretto. Brenton fu costretto a inviare avanti le scialuppe, disposte su entrambi i lati di prua, con l’ordine di segnalare non appena avessero individuato un fondale di tre braccia.
Nella foto gli scavi del 2001 dei lavori in Piazza Ciceruacchio e come appare oggi, con la stessa inquadratura
La presa della batteria e la distruzione della torre
Grazie a questa manovra, verso mezzogiorno le navi riuscirono ad ancorarsi a distanza di tiro di mitraglia dalla batteria costiera. Il fuoco incrociato ridusse rapidamente al silenzio le difese, e a quel punto il tenente Willes, primo ufficiale dello Spartan, sbarcò e prese possesso della postazione, rivolgendo immediatamente i cannoni catturati contro il castello e l’abitato. Di fronte a quella minaccia, torre e paese furono abbandonati in fretta dai difensori.
Fu allora che gli inglesi passarono alla seconda fase dell’operazione: la cattura del naviglio ancorato in porto. Dodici imbarcazioni finirono nelle loro mani, alcune cariche di grano destinato a Venezia, altre in zavorra — e queste ultime vennero riempite con ferro e canapa prelevati dai magazzini sulla banchina, nei quali, tra l’altro, erano nascosti vele e timoni di alcune delle navi stesse. Un’ulteriore imbarcazione, carica di ferro e ormeggiata proprio all’imboccatura del porto, fu affondata e poi data alle fiamme.
Il bottino e la ritirata
Prima di ritirarsi, gli inglesi fecero saltare in aria la torre e il magazzino delle polveri, distrussero la batteria e inchiodarono i cannoni superstiti per renderli inutilizzabili. Brenton, nel suo rapporto, tenne a sottolineare come l’intera operazione si fosse conclusa senza perdite umane né feriti tra i suoi uomini, nonostante l’esposizione al fuoco della batteria e della moschetteria nemica, e senza alcun danno riportato dalle navi.
Un momento di apprensione arrivò invece per la Mercury: nel tentativo di posizionarsi il più vicino possibile all’abitato, la nave si incagliò. La posizione, tuttavia, si rivelò favorevole al tiro dei suoi cannoni, e nel pomeriggio l’imbarcazione fu disincagliata senza aver subito danni.
Nel dispaccio finale, Brenton non lesinò elogi per l’operato dei suoi ufficiali: lo zelo del capitano Duncan, il coraggio del tenente Willes nel prendere possesso della batteria non appena cessato il fuoco e nella rapidità con cui ne rivolse i cannoni contro la città, e più in generale l’attività dimostrata dagli equipaggi di entrambe le navi. Un’azione rapida, calcolata nei minimi dettagli tecnici — dallo scandaglio dei fondali alla sequenza delle demolizioni — e condotta, a giudicare dalle parole dello stesso comandante, con la disciplina tipica della Royal Navy dell’epoca.
Quel che rimane della Torre pretoria è una sagoma nella pavimentazione.







