Ogni anno centinaia di esemplari muoiono nelle reti da pesca tra Italia e Croazia. Ma tra scaricabarile e burocrazia dell’UE, i dispositivi salvavita restano nei cassetti.
Ogni anno, nelle acque dell’Alto Adriatico, si consuma una strage silenziosa: centinaia di tartarughe Caretta caretta e decine di delfini finiscono soffocati nelle reti da pesca commerciali. A metterlo nero su bianco è un’inchiesta di Journalism Fund portata avanti da Marta Abba, Barbara Matejčić e l’inconfondibile Elisabetta Zavoli (già fotografa del National Geographic).
Tartarughe e tursiopi sono specie protette dalla legge europea e simbolo del nostro mare, che qui rischiano di scomparire: in questo tratto di mare ne sopravvivono solo tra i 250 e i 400 esemplari. Si chiamano “catture accidentali”, un cavillo burocratico per definire una realtà ben diversa: un’ecatombe quotidiana che quasi nessuno denuncia e su cui entrambi i Paesi preferiscono chiudere un occhio.
Pochi esemplari, zero controlli e uno “scaricabarile” infinito
Secondo quanto contenuto nell’inchiesta, tra Italia e Croazia invece di collaborare per tutelare una risorsa comune, tra le due sponde va in scena il solito gioco delle colpe: i marittimi italiani accusano i colleghi croati, i pescatori croati restituiscono le accuse sostenendo che il problema siano le flotte italiane. In mezzo c’è un vuoto pneumatico fatto di controlli a macchia di leopardo e monitoraggi insufficienti, che ha trasformato questo braccio di mare in una vera e propria “terra di nessuno”.
Bruxelles contro tutti: scattano le infrazioni
L’immobilismo dei due Governi ha fatto salire la tensione anche sui tavoli europei. Sia Roma che Zagabria sono finite sul banco degli imputati per non aver rispettato la Direttiva Habitat sulla salvaguardia delle specie protette. L’ultimo atto formale è arrivato nel febbraio 2025, quando l’Unione Europea ha inviato una dura lettera di diffida alla Croazia, affiancandola alla procedura già pendente contro l’Italia.
Le armi salvavita ci sono già. Perché non si usano?
La vera beffa di questa storia è che salvare questi animali è possibile e la tecnologia necessaria esiste già. Negli ultimi dieci anni, proprio con i soldi dell’Unione Europea, biologi marini e pescatori di entrambe le coste hanno testato sul campo strumenti di straordinaria efficacia:
- Dispositivi Ted (Turtle Excluder Devices): grate speciali integrate nelle reti a strascico che permettono alle tartarughe di scivolare fuori sane e salve.
- Reti da posta a Led: segnalatori luminosi che rendono le reti visibili agli animali evitando che ci finiscano contro.
- Pinger acustici: “dissuasori” sonori che tengono lontani i delfini dalle barche da pesca.
L’interrogativo più logico
Finiti i bandi europei e terminati i contributi economici per chi testava le attrezzature, tutto viene messo in soffitta. Nessun Governo ha mai avuto il coraggio di rendere questi dispositivi obbligatori per legge. Così il ciclo si ripete all’infinito: Bruxelles spende milioni per finanziare la ricerca, poi avvia le sanzioni perché quelle stesse scoperte restano nei cassetti. E intanto, nelle reti tra Cesenatico e Lussino, il mare continua a morire. Tesi ribadita da Fondazione Cetacea alcune settimane fa ma la politica, come al nunzio, sta muta.
Cesenatico resta un caso virtuoso nel recupero di tartarughe finite in catture accidentali. Ciò nonostante sbloccare una situazione che ha visto al lavoro esperti del settore potrebbe costituire un doveroso cambio di rotta per il settore. Anche in questo caso val la pena dire: Se non ora quando?








