La semina del grano

In collaborazione con l’Associazione Istituto Friedrich Schürr

Nel mese di ottobre si cominciava a preparare il terreno per la semina del grano. Le dure zolle prodotte dall’aratura di fine agosto, con il sole e la pioggia e con l’utilizzo dell’erpice si erano in parte sminuzzate. E’ ràbi (l’erpice), già noto agli egiziani, veniva impiegato per la disgregazione del terreno arato, ma non sempre dava un risultato sufficientemente adeguato per la semina, per cui, la rottura definitiva delle zolle necessitava di ulteriore intervento manuale con la zappa e con l’impiego di numerosa manodopera. L’erpice era comunemente un telaio di legno rigido (successivamente in ferro), dal quale spuntavano dei denti a forma di lama, inclinati all’indietro, in modo da scarghé la tëra (scaricare il terreno, lasciare la terra, altrimenti carico di erba e radici si sarebbe “intoppato”). Affinché l’erpice fosse più efficace, veniva appesantito con una cassetta ad cùdal (di zolle di terra), o spezzoni di pali di cemento che erano stati tolti dai filari perché rotti, oppure una o due persone sedute sopra.

Fare San Martino

Terminato di preparare il terreno, iniziava la semina. Fino ai primi decenni del ‘900, essa, che avveniva esclusivamente a mano, si doveva possibilmente terminare il 18 ottobre (San Luca), come sanciscono alcuni contratti agrari allora in vigore. Da quel momento il contadino affidava alla terra la speranza di un buon raccolto. Solitamente la semina era l’ultimo atto del contadino che stava per “lasciare” il podere. Infatti, l’annata agraria terminava l’11 Novembre (San Martino) ed in quei giorni avvenivano i traslochi dei mezzadri da un podere all’altro. Con il detto “fê San Martén” (fare San Martino) si indicava appunto tale avvenimento. La semina a mano veniva detta “a spaglio”: i semi da spargere erano riposti in un cesto di legno, che era portato dal braccio sinistro ripiegato e trattenuto all’altezza della cintola con la stessa mano sinistra, mentre con la mano destra si prendeva il seme dal cesto e lo si spandeva nel terreno con un’ampia rotazione del braccio.

Gli “anni ’20”

Verso gli anni ’20 entrò in uso la seminatrice “a file” e tale innovazione tecnologica permise una migliore e più razionale distribuzione del seme nel terreno. Inizialmente, come ci mostrano alcuni documenti fotografici dell’epoca, si trattava di piccole macchine su due ruote, a trazione e spinta manuale. Più tardi, la seminatrice si evolse tecnicamente: trainata da un paio di vacche da tiro, era costituita da una tramoggia dove veniva messo il seme, nel fondo della quale erano presenti diversi fori collegati con tubi flessibili attraverso i quali il seme arrivava nel terreno; una leva, manovrata a mano, permetteva l’apertura e la chiusura dei suddetti fori.

L’ultimo atto della semina

Finita la semina era buona pratica passare un rullo pesante per pressare il terreno e favorire la germinazione del seme interrato; si era infatti notato che nelle testate dei campi dove la terra era più calpestata (capezzagne), il grano cresceva meglio e più robusto. La seminatrice ha subìto continui miglioramenti ed è a tutt’oggi usata, con continue modifiche portate dall’evoluzione tecnologica: tutte le operazioni (deposizione dei semi, loro copertura, eventuale diserbo e concimazione), vengono effettuate con comandi idraulici inviati dalla cabina di guida del trattore.

Articolo precedente: la vendemmia

Gli articoli in collaborazione con l’Istituto Schurr ci raccontano le radici, le tradizioni e le storie della Romagna. Sono conditi ti termini in dialetto che raccontano molto più del proprio significato.

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