Ricchezza delle famiglie, l’Italia cresce meno di tutti in Europa. E al 5% più ricco va oltre metà del patrimonio
In dieci anni gli italiani sono diventati più ricchi, ma molto meno dei vicini europei, e quella ricchezza è finita sempre più nelle mani di pochi. È la fotografia scattata dal nuovo Osservatorio sulla ricchezza delle famiglie della Fondazione Fiba di First Cisl, presentato il 15 settembre a Roma durante la tavola rotonda “La ricchezza delle famiglie e lo sviluppo del Paese”. L’analisi si basa sui conti distributivi della ricchezza della Banca centrale europea e sui dati Eurostat, con valori aggiornati al 31 dicembre 2025.
Il confronto con Germania, Francia e Spagna
A fine 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 11.333 miliardi di euro. La Germania arriva a 19.867 miliardi, la Francia a 14.054, la Spagna a 8.484, su un totale dell’area euro di 68.521 miliardi.
Il dato che pesa di più, però, è la velocità. Dal 2015 l’Italia è cresciuta del 22,8%, la crescita più bassa dell’eurozona. Nello stesso periodo la Germania ha fatto segnare un +87,3%, la Spagna un +56,6%, la Francia un +42%. Il risultato è che la quota italiana sul patrimonio complessivo delle famiglie dell’area euro è scesa dal 21,7% al 16,5%.
C’è poi un dettaglio che racconta molto: dei 2.107 miliardi guadagnati in dieci anni, circa il 45% (937 miliardi) arriva da azioni non quotate e altre partecipazioni, cresciute del 102,7% e possedute quasi interamente (98,3%) dal 10% delle famiglie più abbienti. Ed è stata una corsa a due tempi: appena 277,4 miliardi tra il 2015 e il 2020, ben 1.829,6 miliardi tra il 2020 e il 2025.
Anche il patrimonio medio per famiglia ha perso posizioni. Nel 2015 una famiglia italiana disponeva in media di 366.790 euro, più di tedeschi, francesi e spagnoli. Nel 2025 si sale a 452.300 euro, ancora sopra Francia e Spagna, ma ormai superati dalla Germania con 480.390 euro.
Una società sempre più polarizzata
È qui che i numeri diventano più duri. Nel 2010 il 10% più ricco delle famiglie italiane deteneva il 52% della ricchezza netta; a fine 2025 la quota è salita al 60,6%. Al vertice la concentrazione è ancora più evidente: il 5% più ricco è passato dal 39,9% al 50,2%, oltre dieci punti in quindici anni. Dall’altra parte, la metà meno abbiente del Paese si divide appena il 7,3% della ricchezza complessiva.
Sul fronte dei debiti, i cinque decili più poveri sostengono il 37,9% dell’indebitamento totale, e per il decile più povero le passività arrivano al 95,6% della ricchezza lorda. Un dato comunque migliore rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’eurozona, dove per la stessa fascia la ricchezza è negativa. Nel complesso le famiglie italiane pesano per circa il 10,2% del debito delle famiglie dell’area euro (804,7 miliardi), in calo rispetto all’11,1% del 2015.
Azioni, fondi e polizze: la finanza resta per pochi
La distanza tra chi ha e chi non ha si allarga soprattutto negli strumenti finanziari legati agli investimenti. Il 10% più ricco possiede il 43,4% dei depositi, ma la sua quota sale al 76,7% dei titoli di debito, al 76,9% delle assicurazioni vita, all’82,5% dei fondi comuni, al 93,3% delle azioni quotate e al 98,3% delle partecipazioni non quotate. In altre parole, i mercati dei capitali restano un affare per una minoranza.
Resta invece una caratteristica tutta italiana la passione per le obbligazioni: le famiglie del nostro Paese detengono il 54,8% dei titoli di debito in mano alle famiglie europee, 515 miliardi su 939,4.
Il mattone pesa meno che altrove
Contrariamente al luogo comune, la casa non è il pilastro principale come in altri Paesi. Gli immobili rappresentano il 46% della ricchezza lorda delle famiglie italiane, contro il 56,9% della media dell’eurozona. Anche perché il mercato è rimasto fermo: fatto 100 il 2015, i prezzi delle abitazioni italiane sono arrivati nel 2025 a 116,1, mentre la media euro tocca 153,7, con la Germania a 152,7, la Francia a 127,3 e la Spagna addirittura a 180,6.
Redditi al palo e risparmio in calo
Alla base della frenata c’è una crescita dei redditi più lenta che altrove. Tra il 2015 e il 2025 il reddito disponibile lordo delle famiglie italiane è salito da 1.132,8 a 1.455 miliardi, un +28,4% che impallidisce davanti al +48,3% tedesco, al +41,1% francese e al +53,8% spagnolo.
Stesso copione per il risparmio: da 125,7 a 161,1 miliardi, appena +28,2%, mentre la Francia segna +80,7%, la Germania +64,4% e la Spagna +134,2%. Il tasso di risparmio lordo italiano si ferma così al 10,7%, il più basso tra le grandi economie e ben sotto la media euro del 14,32%. In Germania è al 19,2%, in Francia al 17,2%, in Spagna all’11,9%.
Colombani: «Senza investimenti le disuguaglianze aumenteranno»
Per il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani, la tendenza è destinata a peggiorare se non cambierà qualcosa. Senza una crescita robusta e duratura del Pil e senza un forte aumento delle retribuzioni, avverte, la quota di ricchezza del 5% più ricco continuerà a salire: oggi è già la più alta dell’eurozona dopo Austria e Lettonia.
Il nodo, spiega, è che servono grandi investimenti mentre la finanza pubblica non può sostenerli. Ogni anno centinaia di miliardi del risparmio europeo finiscono, attraverso il risparmio gestito, in società quotate soprattutto negli Stati Uniti. Colombani guarda con interesse al progetto europeo dell’Unione del risparmio e degli investimenti, ma si dice scettico sulle soluzioni basate solo su sgravi fiscali, citando l’esperienza dei Pir, i piani individuali di risparmio, che non hanno mai raccolto masse davvero significative.
La proposta avanzata insieme alla Cisl è un fondo nazionale a sostegno dell’economia reale, pensato per le micro, piccole e medie imprese non quotate che reggono gran parte del Pil e dell’occupazione. Il fondo prevederebbe garanzie pubbliche integrali sul risparmio conferito volontariamente, con limiti di importo e di tempo per evitare speculazioni, una regia affidata a Cassa depositi e prestiti con il coinvolgimento di banche e assicurazioni, e un sistema di allocazione che passi dai consorzi di filiera per costruire fiducia con gli imprenditori.
Accanto a questo, il sindacato chiede una politica dei redditi che non si limiti a difendere il potere d’acquisto ma punti sulla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa, con incentivi strutturali.
«Senza investimenti, senza una crescita forte e duratura e senza retribuzioni significativamente più alte – conclude Colombani – si amplieranno ancora le diseguaglianze economiche».






